Sigmund Freud parlava di ferite narcisistiche per indicare quei colpi inferti all’immagine che l’uomo ha di sé.
Ogni ferita segna una perdita di centralità, una rinuncia forzata all’idea di essere speciale, unico, sovrano. La storia del pensiero moderno può essere letta come una sequenza di umiliazioni dell’io, ciascuna delle quali ha costretto l’umanità a ridefinire il proprio posto nel mondo.
Freud individua tre grandi ferite. La prima è cosmologica: Copernico mostra che la Terra non è il centro dell’universo. L’uomo perde il privilegio di occupare il fulcro del cosmo. La seconda è biologica: Darwin dimostra che l’essere umano non è una creazione separata, ma il prodotto di un processo evolutivo. L’uomo non discende da un atto divino isolato, ma da una continuità con il mondo animale. La terza, la più intima e dolorosa, è psicologica: Freud stesso mostra che l’io non è padrone in casa propria, che il soggetto non governa pienamente i propri pensieri, desideri e azioni, perché l’inconscio ne orienta profondamente il funzionamento.
In tutti e tre i casi, il meccanismo è lo stesso: qualcosa che sembrava esclusivo, centrale, fondante viene relativizzato. L’uomo scopre di non essere ciò che credeva di essere.

Alla luce di questo schema, è legittimo domandarsi se il nostro tempo non stia assistendo a una quarta ferita narcisistica, meno teorizzata ma altrettanto destabilizzante: quella inferta dall’intelligenza artificiale.
L’IA non mette in discussione il posto dell’uomo nell’universo, né la sua origine biologica, né direttamente la sua vita psichica. Colpisce invece un’altra roccaforte del narcisismo umano: l’idea di essere l’unica forma di intelligenza capace di linguaggio, creatività, interpretazione e produzione simbolica.
Per secoli, pensare, scrivere, creare e comprendere sono stati considerati tratti distintivi dell’umano. Anche quando si riconosceva la complessità del mondo animale, si continuava a pensare che il linguaggio articolato, la riflessione astratta e la creatività appartenessero esclusivamente all’uomo. Oggi, sistemi artificiali sono in grado di generare testi, immagini, musica, dialogare, analizzare e rielaborare contenuti complessi. Anche se queste macchine non possiedono coscienza né intenzionalità, il loro funzionamento è sufficientemente simile a quello umano da produrre un effetto di spaesamento.
La ferita non nasce dal fatto che l’intelligenza artificiale sia umana, ma dal fatto che assomigli abbastanza all’umano da metterlo in crisi. Come nel caso di Copernico, non è la scomparsa dell’uomo a ferire il narcisismo, ma la perdita del privilegio di essere unico.
Un ulteriore elemento destabilizzante riguarda la creatività. L’idea moderna di creazione è profondamente legata al soggetto: all’esperienza, alla sofferenza, alla coscienza, alla storia individuale. L’IA produce senza vissuto, senza intenzione, senza interiorità. Eppure produce. Questo scarto mina l’idea romantica della creatività come espressione necessaria dell’anima, suggerendo che almeno una parte della produzione simbolica possa essere il risultato di processi combinatori e statistici.
In termini freudiani, potremmo dire che l’IA infligge una ferita all’io razionale, così come l’inconscio aveva già ferito l’io cosciente. Se Freud aveva mostrato che il soggetto non controlla pienamente il proprio pensiero, l’intelligenza artificiale sembra suggerire qualcosa di ancora più inquietante: che il pensiero umano, in alcune sue funzioni, sia meno misterioso e meno irriducibile di quanto vorremmo credere.
Naturalmente, non mancano le obiezioni. La principale è che l’intelligenza artificiale non possiede coscienza, emozioni, intenzionalità. Ma questa obiezione, pur corretta sul piano ontologico, non annulla la portata narcisistica della ferita. Anche Darwin non ha negato la specificità umana, ma l’ha ridimensionata. Allo stesso modo, l’IA non cancella l’umano, ma ne incrina l’eccezionalità.
Come tutte le ferite narcisistiche, anche questa genera resistenza, paura e rifiuto. E come le precedenti, costringe a una rielaborazione. Se non siamo più al centro dell’universo, né separati dal mondo naturale, né padroni della nostra psiche, né gli unici detentori dell’intelligenza simbolica, allora la domanda non è più cosa ci rende superiori, ma cosa ci rende responsabili.
Forse la quarta ferita narcisistica non segna la fine dell’umano, ma la fine di una certa idea narcisistica di umanità. E proprio in questa perdita potrebbe aprirsi uno spazio nuovo: non per riaffermare un primato, ma per ripensare il valore della coscienza, della relazione e del limite.
Lascia un commento