O di come 26 canzoni hanno scelto di guardare solo se stesse

Sono le due di notte. Sul tavolo davanti a me, 26 fogli stampati.
I testi di tutte le canzoni di Sanremo 2026.
Li ho letti uno per uno, matita in mano, sottolineando parole chiave, cercando pattern, annotando ricorrenze. Come faccio quando devo capire un tessuto: esaminare la trama, individuare i nodi, vedere cosa tiene insieme la struttura.
E la struttura l’ho trovata.
È vuota.
I Numeri Che Gridano
Guerra: 0 volte
Clima: 0 volte
Lavoro: 0 volte
Futuro: 1 volta
Ex: 17 volte
Appartamenti vuoti: 9 canzoni
Notti in discoteca: 11 canzoni
Lacrime/piangere: 23 canzoni
Venticinque canzoni su ventisei parlano di ex, solitudine urbana, nottate perse. Una — una sola — parla di Gaza. Di una bambina morta. “Come le farfalle hai vissuto un giorno.”
L’ha scritta Ermal Meta.
Ed è l’unica canzone che ha avuto il coraggio di guardare oltre il proprio ombelico.
L’Analisi Semantica (O il Trionfo dell’Io)
Ho fatto una cosa che probabilmente nessun critico musicale ha fatto: ho caricato tutti i 26 testi su Claude per un’analisi semantica strutturata.
Risultati:
→ 24 canzoni su 26 usano esclusivamente la prima persona singolare (io, me, mi, mio)
→ 23 su 26 parlano solo di relazioni interpersonali (amore finito, tradimenti, attese)
→ 3 su 26 nominano contesti sociali esterni al rapporto di coppia
→ 0 su 26 menzionano eventi politici, sociali o ambientali in corso
Keyword più ricorrenti:
- “Notte” (78 occorrenze)
- “Solo/a” (64 occorrenze)
- “Cuore” (52 occorrenze)
- “Casa/appartamento” (41 occorrenze)
- “Piangere/lacrime” (39 occorrenze)
Keyword assenti:
- Guerra (0)
- Palestina/Gaza (1 – solo Ermal Meta)
- Clima (0)
- Povertà (0)
- Lavoro (0)
- Immigrazione (0)
- Futuro (1 – in un contesto personale: “il nostro futuro”)
Sanremo 2026 non è un festival musicale.
È un’autocelebrazione collettiva del vuoto interiore.
Il Narcisismo Culturale Come Autodifesa
Mentre scorrevo quei testi — uno dopo l’altro, verso dopo verso — continuavo a chiedermi: perché?
Perché 26 artisti, con accesso a palcoscenici nazionali, visibilità mediatica e la possibilità di parlare a milioni di persone, hanno scelto di cantare tutti la stessa cosa?
Appartamenti vuoti.
Notti in discoteca.
Ex che non tornano.
Lacrime sul cuscino.
Non fraintendiamoci: il dolore personale è legittimo. L’amore finito è universale. La solitudine urbana è reale.
Ma quando ventisei canzoni su ventisei parlano solo di questo — quando l’intero panorama musicale di un paese si riduce a un’ossessiva ripetizione dello stesso schema narcisistico — allora non stiamo più parlando di arte.
Stiamo parlando di strategia di sopravvivenza psicologica.
Il mondo fuori è troppo doloroso.
Gaza brucia.
Il clima collassa.
Il lavoro scompare.
Il futuro si restringe.
E noi cosa facciamo? Ci chiudiamo in camera, mettiamo le cuffie, e cantiamo del nostro ex.
È comprensibile. È umano.
Ma è anche profondamente disonesto.
La Canzone Che Non C’era
C’è una cosa che mi ha colpito più di tutte: l’assenza.
Nessuno ha cantato del ragazzo di vent’anni che non trova lavoro.
Nessuno ha cantato della madre che sceglie tra bollette e spesa.
Nessuno ha cantato del Mediterraneo pieno di corpi.
Nessuno ha cantato delle città invivibili per chi guadagna meno di €1.500/mese.
Nessuno.
Perché cantare di queste cose è scomodo.
Richiede posizionamento.
Rischia polemiche.
Divide il pubblico.
Meglio cantare di lacrime sul cuscino. Quelle non offendono nessuno.
Ma c’è una canzone che non c’era a Sanremo 2026. Una canzone che avrei voluto sentire. E suonerebbe più o meno così:
“Mentre tu piangi il tuo ex in un appartamento vuoto,
c’è una bambina a Gaza che vive come una farfalla.
Un solo giorno.
Mentre tu balli in discoteca cercando di dimenticare,
c’è una madre nel Mediterraneo che affoga stringendo suo figlio.
Mentre tu scrivi canzoni sul cuore spezzato,
c’è un futuro che si spezza davvero.
E nessuno canta.”
Quella canzone non c’era.
Non ci sarà mai.
Perché siamo un paese che ha scelto il narcisismo culturale come forma di autodifesa dal mondo.
Tutti in Terapia, Nessuno Che Alza la Testa
Ho passato anni a guardare Sanremo. Da bambino, con mia nonna. Da adolescente, per ridere. Da adulto, per capire dove stava andando la musica italiana.
E quello che ho visto quest’anno è qualcosa di nuovo. O meglio: qualcosa che era latente e ora è esploso in superficie.
Il trionfo della terapia individuale come unico orizzonte possibile.
Ventitré canzoni parlano di relazioni interpersonali. Perfetto. Ma quale tipo di relazioni?
Non amicizia (0 canzoni).
Non solidarietà (0 canzoni).
Non comunità (0 canzoni).
Solo relazioni sentimentali disfunzionali tra due persone che si fanno male.
È il lessico della terapia psicologica portato sul palco nazionale. E va bene: la terapia è importante, la salute mentale è importante, parlare delle proprie fragilità è importante.
Ma quando diventa l’unico discorso possibile — quando l’unica narrazione disponibile è io soffro, tu mi hai ferito, io piango — allora stiamo assistendo a qualcosa di più grave.
Stiamo assistendo al collasso della capacità di immaginare un “noi”.
Ermal Meta e la Bambina di Gaza
C’è una sola eccezione. Una sola canzone che ha osato alzare lo sguardo oltre il proprio dolore personale.
Ermal Meta ha scritto di una bambina morta a Gaza.
“Come le farfalle hai vissuto un giorno.”
Non conosco il resto del testo. Non so se la canzone sia perfetta o imperfetta. Non so se vincerà o arriverà ultima.
Ma so questo: ha avuto coraggio.
Ha avuto il coraggio di dire che mentre noi piangiamo per il nostro ex, ci sono bambine che non arrivano a piangere per niente. Perché muoiono prima.
Ha avuto il coraggio di ricordarci che il nostro dolore personale — per quanto reale, per quanto intenso — non è l’unico dolore che esiste al mondo.
Ha avuto il coraggio di fare la cosa più semplice e più difficile: guardare altrove.
E per questo, probabilmente, lo massacreranno.
Perché in un paese dove tutti cantano la stessa canzone, chi canta qualcosa di diverso è sempre fastidioso.
Cosa Scegliamo di Vedere, Cosa Scegliamo di Ignorare
Ogni parola che diciamo è anche tutte le parole che non diciamo.
Questa frase l’ho sentita anni fa e non l’ho mai dimenticata. Perché è vera. Devastantemente vera.
Quando 26 artisti scelgono di cantare solo di appartamenti vuoti e notti in discoteca, non stanno solo scegliendo un tema. Stanno scegliendo di non cantare di tutto il resto.
Stanno scegliendo di ignorare:
- Le 450+ persone morte nel Mediterraneo solo a gennaio 2026
- Il collasso climatico che devasterà il Sud Italia nei prossimi 10 anni
- La disoccupazione giovanile al 22% (e oltre il 40% al Sud)
- Le migliaia di morti a Gaza dall’ottobre 2023
- Il calo demografico che sta svuotando interi paesi
- La precarietà lavorativa che ha trasformato una generazione in “partite IVA involontarie”
Tutto questo esiste. Tutto questo è reale. Tutto questo è urgente.
Ma a Sanremo 2026, tutto questo non esiste.
Esiste solo l’io. L’io che soffre. L’io che piange. L’io che balla per dimenticare.
E il resto? Il resto è rumore di fondo. Qualcosa da escludere per poter sopravvivere.
Non È un Attacco agli Artisti
Voglio essere chiaro: non sto attaccando i singoli artisti.
Non sto dicendo che Tizio o Caio sono cattivi, venduti, superficiali.
Sto dicendo che il sistema culturale italiano ha scelto il narcisismo come default.
Gli artisti rispondono a una domanda. E la domanda dice: canta di te stesso. Canta del tuo dolore. Non scomodare nessuno. Non prendere posizioni. Non nominare Gaza. Non nominare il clima. Non nominare il Mediterraneo.
Canta del tuo ex. Quelle canzoni le capiscono tutti. Vendono. Fanno streaming. Finiscono nelle playlist.
È una logica di mercato. È una logica di sopravvivenza. È una logica che ha trasformato la musica italiana in una fabbrica di specchi.
Ci guardiamo. Ci contempliamo. Ci compiangiamo.
Ma non guardiamo mai fuori.
Il Sarto e le Canzoni
Mentre leggevo quei testi, continuavo a pensare al mio lavoro.
Un sarto può fare due cose.
Può cucire abiti che piacciono. Seguire le mode, assecondare i gusti, dare al cliente esattamente quello che si aspetta. È una scelta legittima. Paga le bollette.
Oppure può cucire abiti che servono. Che proteggono dal freddo. Che durano nel tempo. Che dicono qualcosa su chi li indossa e sul tempo in cui viviamo.
La differenza non è tra “arte” e “commercio”. La differenza è tra guardare solo il cliente o guardare anche il mondo.
Sanremo 2026 ha scelto di guardare solo il cliente.
Ha cucito 26 abiti identici — tutti comodi, tutti rassicuranti, tutti ugualmente inutili nel mondo reale — e li ha messi in vetrina dicendo: “Ecco la musica italiana.”
Ma la musica italiana non è questa.
O almeno, non dovrebbe essere solo questa.
Cosa Resta
Sono le quattro del mattino. I 26 fogli sono ancora sul tavolo, pieni di sottolineature, annotazioni, numeri cerchiati.
Domani — oggi, ormai — ricomincia il lavoro. Cucitura dopo cucitura, parola dopo parola.
Ma una cosa è cambiata.
Ho capito che la scelta di cosa guardare non è mai neutrale.
Quando 26 artisti scelgono di guardare solo il proprio ombelico, stanno dicendo qualcosa di preciso sul nostro tempo. Stanno dicendo che il mondo fuori è troppo difficile, troppo doloroso, troppo complicato per essere cantato.
Meglio chiudersi dentro. Meglio parlare solo di sé. Meglio piangere sul proprio cuscino.
E noi — pubblico, critici, giornalisti — accettiamo questa scelta. La giustifichiamo. La celebriamo, persino.
“Finalmente si parla di salute mentale.”
“Finalmente si mettono in luce le fragilità.”
“Finalmente si parla di noi.”
Sì. Finalmente si parla di noi.
Ma chi parla di loro?
Postilla
Una bambina a Gaza ha vissuto un giorno. Come una farfalla.
Ermal Meta l’ha cantato.
Gli altri 25 artisti hanno cantato di appartamenti vuoti.
Io so quale canzone voglio ricordare.
E so quale paese vogliamo essere.
Il Sarto delle Lumache
Atelier di narrazione e visioni
Ogni parola è un gesto, ogni gesto è una scelta
Risorse e Approfondimenti:
- Testi Sanremo 2026 – Sito ufficiale
- Missing Migrants Project – IOM – Dati Mediterraneo
- IPCC Climate Reports – Rapporti cambiamento climatico
- ISTAT Lavoro Giovanile – Dati disoccupazione
- OCHA Gaza – Situazione umanitaria
Una nota finale:
Questo non è un articolo per generare click.
Non è un pezzo per dividere il pubblico in “noi” e “loro”.
È una domanda. Una sola:
Cosa scegliamo di guardare?
E soprattutto:
Cosa scegliamo di non guardare?
Perché ogni canzone che cantiamo è anche tutte le canzoni che non cantiamo.
E forse è ora di cantare qualcosa di diverso.
Tag: #Sanremo2026 #MusicaItaliana #Narcisismo #Critica #Riflessioni #ErmalMeta #Gaza
Categoria: Editoriali del Sarto – Tra Poesia e Mercanzia
P.S. per chi dirà “Ma allora non si può più cantare d’amore?”
Certo che si può.
Ma quando TUTTI cantano SOLO d’amore — quando 25 canzoni su 26 sono variazioni della stessa solitudine narcisistica — allora non è più amore.
È fuga.
E la fuga, prima o poi, finisce.
Perché il mondo che ignoriamo non smette di esistere.
Continua. Brucia. Affoga. Muore.
Mentre noi cantiamo del nostro ex.

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