Medici Cubani in Calabria: il Governo Italiano Dice No a Washington

Medici Cubani
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Quando la Medicina Diventa Geopolitica

Ci sono circa quattrocento medici cubani che ogni mattina indossano il camice negli ospedali della Calabria. Fanno i turni di pronto soccorso, operano in sala chirurgica, visitano pazienti che altrimenti non avrebbero nessuno. A Polistena, nella Piana di Gioia Tauro, la domenica i cittadini li invitano al mare. Li hanno adottati. Loro, con il loro accento caraibico, si sono integrati in una delle regioni più complesse d’Italia come se ci fossero sempre stati.

Eppure, in questi giorni, quei quattrocento camici bianchi sono diventati un caso diplomatico internazionale.


Le Pressioni di Trump: Cosa Vuole Washington

L’amministrazione di Donald Trump ha deciso di stringere il cerchio attorno a Cuba su tutti i fronti: embargo petrolifero, isolamento economico, pressioni diplomatiche sui Paesi alleati. E l’Italia, con il suo accordo di cooperazione sanitaria con L’Avana, è finita nel mirino.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, nelle ultime settimane il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito le missioni mediche cubane all’estero una forma di “lavoro forzato” e “traffico di esseri umani”. L’argomento americano è questo: il governo cubano “affitta” i suoi medici ai Paesi stranieri, trattiene la quota maggiore dei compensi e priva Cuba stessa del personale sanitario di cui avrebbe bisogno.

Per mettere pressione concreta sull’Italia, Washington ha inviato Mike Hammer — incaricato d’affari statunitense a Cuba — prima alla Farnesina e poi direttamente in Calabria, per incontrare il presidente della Regione Roberto Occhiuto. Un gesto che la dice lunga sull’importanza che gli USA attribuiscono alla vicenda: l’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea a impiegare ancora medici cubani in modo strutturato nelle strutture ospedaliere pubbliche.


La Risposta dell’Italia: Un No Diplomatico ma Fermo

Il governo italiano ha scelto una strategia precisa: accogliere l’interlocuzione americana mantenendo però la questione sul piano tecnico, lontano dalle scampolate politiche. A ricevere Hammer a Roma non è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma Nicoletta Bombardiere, direttore generale per l’America latina. Un modo per dire: ascoltiamo, ma non cediamo.

E Occhiuto, dal canto suo, non ha lasciato spazio a interpretazioni. <br> “I medici cubani attualmente in servizio in Calabria resteranno anche nei prossimi anni”, ha dichiarato all’ANSA. Non solo: ha rilanciato, annunciando che l’obiettivo è portare il numero totale di professionisti a mille unità, dai 497 previsti dall’accordo del marzo 2025.

La sua risposta alle pressioni americane è quasi ironica nella sua pragmaticità: “Se il governo degli Stati Uniti intenderà aiutarci mettendo a disposizione nuovi medici stranieri per la Calabria, non abbiamo ovviamente alcuna preclusione.”

Traduzione: volete che mandiamo via i cubani? Trovate voi i sostituti.


La Sanità Calabrese: Una Crisi che Dura da Vent’Anni

Per capire perché la Calabria non può permettersi di rinunciare ai medici cubani, bisogna tornare indietro di almeno due decenni. La regione è commissariata per il piano di rientro dal debito sanitario da quindici anni. I medici giovani fuggono al Nord, attratti da stipendi più alti e strutture migliori. I pronto soccorso chiudono o rischiano la chiusura. Le liste d’attesa sono infinite.

I cubani arrivano durante la pandemia come soluzione d’emergenza. Rimangono perché l’emergenza non è mai finita.

Oggi, senza di loro, diversi ospedali della regione non riuscirebbero semplicemente a restare aperti. Non è retorica: è la valutazione concreta delle autorità sanitarie locali. L’accordo con Cuba prevede un pagamento di 3.500 euro mensili per medico alla società cubana Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, con uno stipendio netto di 1.200 euro direttamente ai dottori, più vitto e alloggio. Una formula che ha sollevato polemiche, ma che diversi medici cubani hanno difeso pubblicamente, negando di essere vittime di lavoro forzato.


Il Nodo Etico: Sovranità Sanitaria vs. Geopolitica

La vicenda solleva una domanda che va ben oltre la Calabria: fino a che punto le scelte di salute pubblica di un Paese possono essere condizionate dalla politica estera di un altro?

Il deputato Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) ha chiesto apertamente alla presidente Meloni di difendere la sovranità italiana contro l’interferenza americana. Ma la questione è più sfumata di una semplice disputa di potere.

Da un lato c’è la critica legittima al modello cubano di esportazione dei professionisti sanitari, che pone domande reali sulla distribuzione dei compensi e sui diritti dei medici. Dall’altro c’è una regione italiana che, concretamente, ha trovato in questi professionisti una risposta — imperfetta ma reale — a una crisi sanitaria cronica che il sistema nazionale non è riuscito a risolvere.

Nel frattempo, il Guatemala ha già ceduto alle pressioni di Washington, annunciando che nel 2026 interromperà l’impiego di centinaia di medici cubani presenti nel Paese da anni.

L’Italia, per ora, ha scelto una strada diversa.


Cosa Succederà Ora

Il dossier è aperto. Il diplomatico Hammer ha incontrato Occhiuto, i contatti tra Roma e Washington continuano. Il governo italiano sembra orientato a mantenere il programma, almeno per i medici già in servizio, cercando di smorzare la disputa diplomatica senza una resa incondizionata.

Quello che è certo è che, a Polistena come a Catanzaro, nei corridoi degli ospedali calabresi, i camici bianchi con l’accento cubano continueranno a lavorare. Almeno per il momento.

E la domenica, se non sono di turno, forse qualcuno li porterà ancora al mare.


Fonti: ANSA, Bloomberg, Il Post, Corriere della Calabria, Il Sole 24 Orehttp://Ilsole24.com


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