La geografia dell’anima

luoghi dell'anima

Memoria dei luoghi : Ci sono luoghi che non si visitano. Si abita.

Non nel senso banale del domicilio, dell’indirizzo su un documento. Intendo qualcosa di più preciso e meno spiegabile: ci sono luoghi che entrano dentro prima che tu abbia gli strumenti per capirlo, e da quel momento in poi non escono più. Diventano la misura con cui, inconsapevolmente, misuri tutto il resto. Ogni città che attraversi, ogni stanza in cui dormi, ogni voce che ascolti — tutto viene valutato rispetto a quel parametro originario che non hai scelto, che ti è stato dato senza chiederti il permesso.

Io sono cresciuto in un posto così.

Non dirò che era bello, nel senso turistico del termine. Non aveva niente di pittoresco, almeno non nel modo in cui la parola viene usata oggi — non aveva boutique, non aveva musei aperti, non aveva strade progettate per essere fotografate. Aveva altro. Aveva la luce del mattino che cambiava ogni giorno sopra le colline, e ognuno di quei cambiamenti sembrava definitivo, come se il cielo stesse prendendo una decisione. Aveva il silenzio dei pomeriggi estivi, un silenzio che non era assenza di suono ma presenza di qualcos’altro — qualcosa che assomigliava alla concentrazione, o alla memoria, o forse a tutte e due insieme.

Aveva persone.

Questo è il punto che mi è rimasto più difficile da articolare nel tempo, e che ora, con qualche anno in più, riesco finalmente ad avvicinare. I luoghi non sono fatti di pietre, di strade, di architettura. I luoghi sono fatti di chi li ha attraversati. Ogni vicolo porta il peso di chi ci ha camminato, ogni soglia conserva il gesto di chi l’ha attraversata migliaia di volte senza accorgersene. I luoghi sono depositi di umanità. E quelli dell’infanzia — quelli in cui il mondo ci è stato mostrato per la prima volta, quando eravamo ancora abbastanza ingenui da guardare senza filtri — portano una carica che nessuna esperienza successiva riesce del tutto a eguagliare.

C’era un vecchio che sedeva sempre nello stesso punto, alla stessa ora, con la stessa postura. Non faceva niente di straordinario: guardava. Guardava la strada, le persone che passavano, il cielo quando cambiava. Allora non capivo cosa stesse facendo. Ora lo capisco benissimo: stava leggendo. Stava leggendo il mondo con la competenza di chi ha imparato, nel tempo, che il mondo parla — ma parla sottovoce, e bisogna smettere di fare rumore per sentirlo.

Da lui ho imparato più che da molti libri. E non mi ha mai detto una parola.


C’è una domanda che mi accompagna da anni, e che continua a non trovare risposta definitiva: cosa significa portare un luogo dentro di sé quando quel luogo cambia — o peggio, quando comincia lentamente a svuotarsi?

Perché i luoghi non sono statici. Cambiano. Le persone se ne vanno, le case si chiudono, le voci si fanno più rare. E a un certo punto ti trovi a custodire qualcosa che esiste ancora — è ancora lì, con le sue strade e le sue pietre — ma non è più del tutto lo stesso. È come tenere in mano una fotografia di qualcuno che è ancora vivo: l’immagine è vera, ma il tempo tra la foto e adesso pesa.

Ho scritto di questo. Ho scavato negli archivi, nelle memorie, nelle carte che conservano i nomi e i numeri e le date. L’ho fatto per capire — non solo per tramandare. Perché la scrittura, quando è onesta, non è mai solo un atto di conservazione. È sempre anche un atto di comprensione. Si scrive per sapere cosa si pensa. Si scrive per scoprire cosa si è vissuto davvero, sotto quello che si credeva di aver vissuto.

E quello che ho scoperto, scavando, è che la storia di un luogo — di qualunque luogo — non è mai separata dalla storia di chi lo ha abitato. I documenti parlano di date, di nomi, di eventi. Ma sotto i documenti c’è sempre qualcosa di più caldo e meno ordinabile: la paura di chi ha perso tutto in una notte, la testardaggine di chi ha deciso di ricominciare, la fierezza silenziosa di chi ha costruito qualcosa con le mani e non ha lasciato scritto il proprio nome da nessuna parte. Un sisma può radere al suolo case e chiese — come accadde in Calabria l’8 settembre 1905 — ma non riesce mai a cancellare del tutto la memoria di chi quei luoghi li ha vissuti.

Queste persone mi appartengono. Non le ho conosciute — erano già andate prima che io arrivassi. Ma mi appartengono nel senso che appartiene un’eredità: non si sceglie, ma ci si riconosce.


La Calabria, come tutte le terre che hanno sofferto molto e raccontato poco, ha sviluppato nel tempo una forma particolare di pudore. Non parla di sé con facilità. Non si offre. Bisogna meritarsela — bisogna fermarsi, aspettare, smettere di pretendere che sia altrove.

Ho impiegato anni a capirlo. Ho dovuto uscire, guardare da fuori, tornare con occhi diversi. E quando sono tornato — non fisicamente, ma con la mente, con la scrittura — ho trovato quello che non cercavo: non un paesaggio, non una storia, ma una continuità. Una linea sottile che collega chi c’era allora a chi c’è adesso, e che non si è mai davvero spezzata, anche quando sembrava.

Quella linea sono io. Siamo noi — chiunque porti dentro di sé un luogo che lo ha formato.

E forse è questo, alla fine, il compito della memoria: non conservare il passato come si conserva un oggetto sotto vetro, ma tenerlo vivo come si tiene viva una conversazione. Lo ha scritto con precisione rara l’antropologo Vito Teti, studioso della Calabria e dei suoi paesi: il senso dei luoghi non è nostalgia, è identità. È la consapevolezza che certi posti ci hanno fatto, e che noi, in qualche modo, continuiamo a farli.

I luoghi che abitano dentro di noi non chiedono di essere celebrati. Chiedono solo di non essere dimenticati. È una richiesta modesta. Ed è la più difficile.


Questo saggio nasce da un percorso di ricerca culminato in La Nascita di Martirano Lombardo, il primo studio organico sulla fondazione del paese dopo il terremoto del 1905 — duemila anni di storia in un unico volume.

Clemente E. Aiello

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