Altro che disoccupati: la rivoluzione dell’AI sta trasformando i filosofi nei professionisti più contesi del mondo

Per almeno vent’anni il copione è stato sempre lo stesso, ripetuto come un mantra a ogni cena di Natale: «Vuoi un lavoro vero? Studia le materie STEM. Informatica, ingegneria, matematica. La filosofia è un lusso che non produce fatturato». Chi sceglieva un percorso umanistico lo faceva quasi giustificandosi, accettando il cliché di una vita professionale precaria.

Bene, prendete quella vecchia narrazione e buttatela nel cestino. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale ha provocato un cortocircuito che nessuno aveva previsto: oggi, chi ha puntato tutto sullo studio della mente, del linguaggio e dell’etica ha appena fatto jackpot.

Il caso Amanda Askell: l’anima dell’AI vale miliardi

Per capire come si sia ribaltato il tavolo, basta guardare cosa succede nei centri di potere della Silicon Valley. Prendiamo la storia di una ragazza cresciuta nella Scozia rurale. Studia filosofia all’Università di Dundee, poi vola a Oxford per un master e infine si prende un dottorato alla New York University discutendo un tema che fino a ieri sembrava pura speculazione accademica: l’etica in mondi con un numero infinito di esseri senzienti.

Fino a cinque anni fa, un curriculum del genere sarebbe stato scartato da qualsiasi multinazionale tech. Oggi, Amanda Askell è una delle figure più influenti e pagate del pianeta tecnologico.

È lei a decidere i valori morali di Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, colosso valutato oltre 350 miliardi di dollari. Il suo lavoro non è scrivere codice, ma plasmare l’identità dell’AI:

  • Come deve ragionare sul bene e sul male?
  • Come deve gestire le situazioni emotivamente delicate?
  • Con quale etica deve rispondere alle centinaia di milioni di persone che la usano ogni giorno?

Per farlo, ha scritto un manuale di circa 30.000 parole. In azienda lo chiamano, senza troppi giri di parole, “l’anima” di Claude. Quando questa intelligenza artificiale si rifiuta di fare qualcosa di scorretto o risponde con profonda empatia a un utente in difficoltà, non siamo davanti a un miracolo matematico. Siamo davanti a filosofia applicata che genera un valore di mercato stratosferico.

Il paradosso delle competenze: il mercato cerca chi sa pensare

Dietro la parabola della Askell c’è un cambio di rotta macroeconomico strutturale. Le aziende si stanno rendendo conto che gli ingegneri da soli non bastano più. Perfino Alex Karp, CEO di Palantir — gigante tech che si occupa di analisi dati e sistemi di difesa — ha ammesso pubblicamente che la visione strategica della sua azienda poggia sulle teorie del filosofo Jürgen Habermas.

I dati globali sul mondo del lavoro confermano che il vecchio modello è andato in frantumi. Le competenze più richieste e pagate dai grandi brand si sono spostate drasticamente verso il “cluster umanistico”:

Le 4 macro-competenze più contese nel mercato dell’AIPerché appartengono alla filosofia
Pensiero Critico e AnaliticoÈ la base della logica formale e dell’argomentazione.
Problem Solving StrategicoCapacità di scomporre problemi complessi senza schemi rigidi.
Etica Applicata e AllineamentoSapere cosa far fare a una macchina e cosa vietarle tassativamente.
Comunicazione ed EmpatiaCapacità di progettare l’interazione uomo-macchina (Prompt Design).

Il mercato attuale non cerca disperatamente chi sa programmare l’AI — per quello, ironicamente, l’AI stessa sta diventando bravissima a scriversi il codice da sola. Cerca chi sa dirle cosa fare, perché farlo e dove fermarsi.

La nascita del “Practical Philosopher”

Questo terremoto professionale ha già costretto le università a inseguire la realtà. In Italia, l’Università La Sapienza di Roma ha rotto il ghiaccio istituendo un corso di laurea pionieristico in Filosofia e Intelligenza Artificiale.

Il motivo è squisitamente pratico: l’AI non è una questione esclusivamente scientifica. È logica, è teoria della conoscenza, è filosofia della mente. Così, dalle aule universitarie sta uscendo una nuova figura professionale d’oro: il “practical philosopher” (il filosofo pratico).

Le aziende li assumono per risolvere i dilemmi che mandano in blocco i computer e i manager tradizionali. Sono i professionisti che siedono nei comitati di sviluppo per porre l’unica domanda che conta davvero prima di lanciare un prodotto sul mercato: «Sappiamo che tecnicamente possiamo farlo; ma eticamente, dobbiamo farlo?»

La vendetta degli umanisti

Se avete passato gli anni universitari a sentirvi dire che stavate sprecando il vostro talento, o se state crescendo dei figli che preferiscono Platone a Python, guardate alla Silicon Valley con un sorriso.

Non si tratta di fare la guerra alla tecnologia, ma di riconoscere che la tecnologia, da sola, è diventata cieca sui valori. È una macchina potentissima che corre a fari spenti nella notte. Per guidarla servono gli occhi, serve una mappa concettuale e serve una profonda comprensione dell’essere umano.

Tutte cose che non si imparano compilando un foglio di calcolo, ma studiando la filosofia. La corsa all’oro dell’Intelligenza Artificiale è appena iniziata, e i filosofi sono quelli che hanno in mano le pale e i picconi.

In Italia, l’Università La Sapienza di Roma ha rotto il ghiaccio istituendo un percorso pionieristico, le cui specifiche sono consultabili nella pagina del Corso di Laurea in Filosofia e Intelligenza Artificiale della Sapienza.

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