La sciarpa sulla spalliera

Certe Ore
Certe Ore

Una canzone nasce sempre da qualcosa di preciso. Certe Ore è nata da una sedia vuota.

C’è una sedia in cucina con una sciarpa di lana sulla spalliera. Accanto, il suo cappotto. La borsa sul tavolo. Sono oggetti che aspettano — non l’abbandono, solo il momento in cui lei arriverà a riprenderli, come fa ogni mattina, con quella precisione quieta che ha imparato negli anni e che io non ho mai smesso di guardare.

Entra, prende le sue cose. Un bacio su una guancia — non frettoloso, ma contenuto, come si contiene qualcosa di prezioso per non consumarlo. Poi scende le scale. Io resto sul pianerottolo e la guardo finché non scompare oltre la curva della rampa.

Allora mi avvicino alla finestra.

La vedo uscire dal portone, aprire la macchina, sistemarsi dentro. E prima di partire — ogni volta, senza eccezioni — alza lo sguardo verso la finestra e mi fa ciao con la mano. Io rispondo. La macchina parte. La strada rimane.

Non so quante volte ho vissuto questa scena. Migliaia, forse. Eppure ogni volta ha qualcosa di irripetibile — come se il gesto contenesse, compresso in pochi secondi, tutto quello che non si dice perché non serve dirlo.

Da questi gesti è nata Certe Ore. Non da un’idea astratta sul tempo o sulla memoria, ma da una sciarpa di lana su una spalliera di sedia. Da un cappotto che aspetta. Da una mano alzata oltre un vetro.

Scrivere canzoni, per me, ha sempre significato questo: trovare il punto esatto in cui un gesto quotidiano smette di essere ordinario e rivela qualcosa di più vasto. Non lo cerco — lo aspetto. Arriva quando meno me lo aspetto, di solito in quei momenti di soglia in cui si è ancora dentro una cosa ma già dentro un’altra. Il pianerottolo. La finestra. Lo spazio tra il bacio e la macchina che parte.

In quei secondi, mentre la guardo ancora — e lei non lo sa, o forse lo sa benissimo — il tempo funziona diversamente. Non scorre. Si deposita.

«Perché certe ore non finiscono mai restano accese dentro gli anni come finestre in mezzo ai guai come canzoni contro i danni»

Ho scritto questi versi pensando a lei. Ma ho capito subito, mentre li scrivevo, che non parlavano solo di lei. Parlavano di tutti i momenti che hanno avuto la stessa qualità — quella densità silenziosa che certi istanti portano con sé senza annunciarsi. Un amico che ride in un bar di periferia. Una telefonata in macchina, fermi a un semaforo rosso. La voce di tua madre che chiama dal corridoio.

Certe ore, appunto. Le riconosci solo dopo — quando tornano. E tornano sempre, per vie traverse: un odore, una luce particolare, una canzone sentita per caso in un posto sbagliato.

Il brano esce in questi giorni su tutte le piattaforme, distribuito da ADA Warner. È la prima volta che affido un mio lavoro a una distribuzione di questo peso. Non so ancora cosa cambierà — probabilmente meno di quanto ci si aspetti, e più di quanto riesca a prevedere.

So che la canzone è onesta. So da dove viene. Da una sedia, una sciarpa, un cappotto. Da migliaia di mattine in cui qualcuno che ami prende le sue cose e scende le scale, e tu resti lì un momento in più del necessario — non per trattenere, ma per guardare ancora.

Poi la macchina parte. La mano saluta. La strada rimane.

E quella finestra — quella precisa, con quella luce — non si chiude mai del tutto.

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