Bidelle, amministrativi, custodi: i senza-nome che aprono ogni mattina i cancelli d’Italia

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“Se non fossero bravi, potrei chiudere la baracca”
Un preside dice quello che nessuno vuole ammettere

LA SCUOLA TIENE I PUNTI

C’è un filo che non si vede quasi mai, eppure è quello che tiene insieme l’intera cucitura. Non il filo d’oro dei riconoscimenti, non quello luminoso dei titoli in prima pagina. Un filo più umile, più resistente: quello delle mani che aprono i cancelli ogni mattina, che puliscono i corridoi dove corrono i bambini, che rispondono al telefono quando il professore è già in ritardo e il genitore è già in ansia.

Lo chiamo il filo dei collaboratori scolastici. E qualcuno, finalmente, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce.

Maurizio Primo Carandini, dirigente scolastico dell’Istituto “Paolo e Rita Borsellino” di Valenza, nell’alessandrino, ha scritto alla premier Giorgia Meloni per denunciare che i collaboratori scolastici e il personale amministrativo sono bistrattati e privi delle agevolazioni che permettono loro di coltivare passioni culturali. Non è un sindacalista, non è un agitatore. È un preside. Uno di quelli che la mattina arriva prima di tutti e la sera spegne lui l’ultima luce.

Ha fatto anche qualcos’altro: ha dato di tasca propria cinquanta euro ai collaboratori scolastici del Sud che avevano dovuto affrontare spese ingenti per trascorrere le vacanze di Natale nella propria regione d’origine. Cinquanta euro. Una cifra che molti commentatori hanno già liquidato come “mancetta.” Io invece ci vedo qualcosa di preciso: la misura esatta della distanza tra chi riconosce le persone e chi le ignora.

Carandini ha spiegato che alla base del gesto c’era un ragionamento semplice. Aveva riflettuto sul personale in forza alla sua scuola, in particolare sui collaboratori provenienti da varie parti d’Italia, specialmente dal centro-Sud, che faticano a mettersi in viaggio per ricongiungersi con i propri cari a causa del caro trasporti e del carburante. Considera la scuola, oltre che un’impresa, anche una grande famiglia, con il motto: “mai girarsi dall’altra parte.”

Non è retorica. È la descrizione di un metodo. Di un modo di stare in un’istituzione che — lo sappiamo bene, noi che veniamo da paesi piccoli — regge o crolla in base alle persone, non alle circolari.

I collaboratori, ha raccontato il dirigente, sono rimasti stupiti ed emozionati quando ha comunicato la sua decisione intorno a Natale. Al di là dei cinquanta euro, hanno capito che li considera persone umane, non solo risorse.

Il tessuto si riconosce dal tatto, non dall’etichetta.

C’è però un punto che non si può glissare, e il Sarto non lo glissa mai.

Gli stipendi dei collaboratori scolastici e degli assistenti amministrativi sono stati definiti dallo stesso dirigente “scandalosi e vergognosi”: un assistente amministrativo prende circa 1.300-1.350 euro al mese e non ha agevolazioni o strumenti pagati dallo Stato per formarsi. Per confronto, i docenti hanno la “carta del docente” — un bonus annuale per l’aggiornamento culturale. Il personale ATA no. Se vogliono andare a vedere una mostra, devono pagarsi il biglietto di tasca propria.

Eppure sono loro, i collaboratori della scuola dell’infanzia in particolare, i primi a cui i genitori affidano i figli e le loro necessità ogni mattina. Sono loro che tengono in piedi l’edificio quando tutto il resto traballa. Lo dice esplicitamente Carandini, con una franchezza che raramente si sente nelle interviste istituzionali: senza bravi assistenti amministrativi, potrebbe chiudere la baracca.

La baracca. Un’espressione ruvida, onesta, calabrese nell’anima anche se piemontese nell’indirizzo. La scuola, spesso, è una baracca tenuta insieme dai fili invisibili di chi non finisce nei comunicati stampa.

Io conosco quella baracca da vicino. L’ho vissuta dall’interno, per anni. So cosa significa arrivare presto e uscire tardi senza che nessuno lo noti. So cosa significa essere il primo punto di contatto tra un’istituzione e una famiglia in difficoltà, e farlo con uno stipendio che non arriva a mille e quattrocento euro.

Il gesto di Carandini — i cinquanta euro, la lettera a Meloni, le parole dette senza diplomazia — è un atto sartoriale nel senso più pieno: ha preso un filo che tutti vedevano ma nessuno nominava, e lo ha messo in luce. Non ha rifatto il vestito. Ma ha mostrato dove si era sfilacciato.

Il resto — i contratti, i bonus, il riconoscimento istituzionale — è ancora da cucire. E il taglio, temo, lo aspettiamo ancora.

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