Il cloud si progetta anche da qui

Fibre ottiche: l'infrastruttura invisibile su cui si regge il cloud
Fibre ottiche. Foto di Albert Stoynov su Unsplash.

Nel programma Google Cloud Ambassador di Google Cloud figurano poche decine di professionisti in tutto il mondo, divisi per area geografica. Uno di loro è Massimiliano Imbrogno, Cloud Architect per NTT DATA Italia, e il suo profilo professionale indica come sede Rende, in provincia di Cosenza.

Non è una notizia che abbia fatto rumore da queste parti. È circolata su LinkedIn tra colleghi e dirigenti, con i toni asciutti che si usano nel settore, e poi si è fermata lì. Vale la pena raccoglierla, perché racconta una cosa che in Calabria diciamo male da vent’anni.

Che cosa significa quel riconoscimento

Il Google Cloud Ambassador Program seleziona professionisti dentro l’ecosistema dei partner di Google Cloud: competenza tecnica, capacità di guidare progetti complessi, e soprattutto l’abitudine a condividere quello che si sa con la comunità di chi lavora nello stesso campo.

Nella scheda ufficiale del programma, Imbrogno è descritto come un architetto che lavora su architetture scalabili e sicure, con l’obiettivo di tradurre requisiti tecnologici complessi in soluzioni che abbiano un impatto misurabile per chi le usa. Detto in italiano corrente: il suo mestiere è far stare in piedi i sistemi su cui girano le aziende, e farlo in modo che reggano quando il carico cresce.

Scrive anche, in inglese, su una rivista tecnica online: serie di articoli su come si porta un’infrastruttura aziendale dentro il cloud, quali strade esistono e quali costi comporta ciascuna. Non testi divulgativi: manuali per chi fa il suo lavoro.

Il mestiere invisibile

Vale la pena spiegare cosa sia un cloud architect, perché è una di quelle professioni che il paese conosce solo per sentito dire.

Ogni volta che qualcuno prenota una visita, paga una bolletta, guarda un film in streaming o consulta il fascicolo sanitario, da qualche parte c’è un sistema che risponde. Quel sistema non sta più in una stanza con i server e il condizionatore acceso: sta distribuito su macchine sparse in mezzo mondo, e qualcuno deve avere deciso come metterle insieme. Dove tenere i dati, cosa succede se un pezzo si rompe, quanto costa reggere diecimila richieste al secondo invece di dieci.

Quel qualcuno è l’architetto. Non scrive il programma: disegna la struttura dentro cui il programma vivrà. È lo stesso mestiere di chi progetta un ponte — con la differenza che nessuno lo vede, e che se è fatto bene nessuno se ne accorge mai.

La storia che raccontiamo male

Qui arriva il punto.

Da vent’anni la Calabria racconta i propri talenti in un modo solo: sono partiti. È la formula del cervello in fuga, e ha il vantaggio di essere vera abbastanza spesso da sembrare l’unica possibile. Il talento nasce qui, matura altrove, e al paese resta l’orgoglio di dire che era uno dei nostri.

Questa storia funziona diversamente. Il riconoscimento è arrivato a qualcuno la cui sede di lavoro sta in Calabria, dentro una multinazionale, per un lavoro che si fa con la rete e con la testa. Non è la storia di chi ce l’ha fatta lontano: è la storia di un mestiere che non richiede più di stare in un posto preciso, e di una persona che quel margine se lo è preso.

Diciamolo con onestà: questo non toglie nulla ai motivi per cui si parte. Non basta un collegamento veloce a fare uno sviluppo, e nessuno dei problemi di cui scriviamo ogni settimana su queste pagine — i servizi che chiudono, la scuola che si assottiglia, i pullman che passano una volta al giorno — si risolve perché una professione si può esercitare a distanza.

Ma quel margine esiste, ed è nuovo. Vent’anni fa non c’era.

Perché ce ne occupiamo

Il Sarto delle Lumache si occupa di memoria, di borghi, di storie che rischiano di andare perse. Un architetto del cloud sembra distante da tutto questo, e invece è esattamente sul confine che ci interessa: il punto in cui il Sud smette di essere un luogo da cui si parte e diventa un luogo da cui si lavora.

Le eccellenze meridionali le celebriamo di solito quando sono già andate via, e quasi sempre le celebriamo per compensazione: guardate, anche noi. Questa merita di essere raccontata per la ragione opposta. Non perché ci consoli, ma perché sposta di un centimetro l’idea di cosa sia possibile fare restando.

Un centimetro non è molto. Ma è la prima volta che si muove in quella direzione.

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La redazione del Sarto delle Lumache

Le informazioni contenute in questo articolo provengono da fonti pubbliche: la scheda del Google Cloud Ambassador Program, i profili professionali dell’azienda e gli scritti tecnici dell’interessato. Non abbiamo attribuito dichiarazioni a nessuno. Se Massimiliano Imbrogno vorrà raccontarci la sua storia con parole sue, queste pagine sono a disposizione.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 83 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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