Ci sono due uomini seduti all’ombra, in un angolo di piazza. Uno è in piedi, appoggiato al bastone, e parla. L’altro ascolta con la mano aperta a mezz’aria, come chi sta per interrompere. Sono Giovanni De Gattis e Ciccio Mercuri, hanno superato i novant’anni, e alle loro spalle — sulla facciata gialla della casa di fronte — c’è un tetto di tegole rosse.
Quel tetto è lì per colpa loro. O per merito, dipende da come si guarda. È il risultato della rivolta dei tetti del 1948, una sommossa popolare di cui non esiste traccia scritta e che a Martirano Lombardo ricordano ormai in pochi.
Un paese senza spioventi
Martirano Lombardo era nato senza tetti. Non per dimenticanza: per calcolo. Dopo il terremoto del 1905 gli ingegneri lombardi che ricostruirono il paese avevano scelto deliberatamente la copertura piana, perché un tetto a falde spinge sui muri durante una scossa e i coppi non fissati scivolano addosso a chi scappa. È il percorso ricostruito nel volume «Calabria 8 settembre 1905: dal terremoto alla ricostruzione» del Dipartimento della Protezione Civile. Quella storia l’abbiamo raccontata: è il primo capitolo dell’ingegneria antisismica italiana.
Ma una scelta tecnica, quando la abiti, diventa un’altra cosa.
La terrazza era fatta di tavole di legno, uno strato di catrame steso sopra, e venti centimetri di terra a chiudere. Detta oggi suona come una scheda tecnica da fiera dell’edilizia sostenibile: massa termica, tetto verde, isolamento naturale. Cose che si vendono care. Detta allora significava una superficie che andava curata ogni anno, sorvegliata dopo ogni temporale, rifatta ogni volta che cedeva.
E in un paese dove nessuno aveva niente, la manutenzione è la prima cosa che salta.
Quarant’anni di acqua
D’inverno l’acqua passava. Non goccioline: infiltrazioni, macchie che si allargavano sui soffitti, intonaco che veniva giù. D’estate quei venti centimetri di terra accumulavano calore e lo restituivano di notte, quando avresti voluto dormire.
Poi c’era il fuoco. Sotto il catrame ci sono le tavole, e le tavole bruciano. L’ultima casa di via Trieste andò distrutta così, e da quel giorno il rischio smise di essere teorico per tutti.
Nel 1948 il paese fece la cosa giusta: chiese. E ottenne. Arrivò un finanziamento pubblico per rifare tutte le coperture.
Il denaro c’era. I lavori no.
Qui la storia prende la piega che conosciamo tutti, perché non è cambiata.
I soldi erano stanziati e i cantieri non partivano. Il municipio stava nell’altro abitato — Martirano vecchia, oltre la valle — e la distanza amministrativa faceva il resto. Le carte andavano avanti e indietro. Il sindaco temporeggiava. Passò un inverno, e sopra la testa della gente c’era ancora la terra.
Il paese si rivoltò.
Non una delegazione, non una petizione: una sommossa. Talmente estesa e talmente ostinata da uscire dai confini del comune e arrivare a Catanzaro. Dovette muoversi il prefetto — l’autorità dello Stato in provincia — per ristabilire l’ordine e, soprattutto, per capire cosa fosse successo. Un intero centro abitato era sceso in strada per una questione di coperture.
Detto così sembra poco. Ma chiedete a chi ha dormito quarant’anni sotto l’acqua se le coperture sono poco.
Vinsero
I lavori partirono. A eseguirli fu la ditta di Ernesto Belfiore, costruttore del paese — una circostanza confermata dal figlio Franco. Le terrazze in terra e catrame furono smantellate una dopo l’altra e sostituite con le tegole marsigliesi. Da quella foto aerea degli anni Venti, dove i tetti sono un tessuto continuo di superfici piatte, si passò allo skyline rosso che vediamo oggi.
La scelta non era casuale. La tegola marsigliese, brevettata in Francia nel 1841 dai fratelli Gilardoni, era stata la prima tegola prodotta industrialmente: piana, con una serie di sagomature sul perimetro che permettono l’incastro tra un pezzo e l’altro e impediscono all’acqua di passare. Leggera, economica, veloce da posare. Esattamente ciò che serviva a un paese povero che doveva rifare duecento coperture con un finanziamento pubblico e non un centesimo di più.
Non fu un tradimento della lezione del 1905. Fu un’altra decisione, presa da altre persone, sotto un’altra urgenza. La prima serviva a non morire sotto le macerie. La seconda a non vivere sotto la pioggia. Nessuna delle due è sbagliata, e forse è proprio questo il punto: le case non sono monumenti, sono cose che si abitano, e chi le abita ha diritto di dire la sua.
Custodi di una vittoria lontana
Di quella rivolta non resta un monumento, non una targa, non una riga sui libri. Resta il paese com’è.
E restano Giovanni e Ciccio, seduti in quell’angolo di piazza, che erano ragazzi quando successe e che oggi sono tra i pochi a poterlo raccontare. Le tegole rosse dietro di loro sono lì da quasi ottant’anni e non dicono niente a nessuno: sembrano naturali, ovvie, sempre state lì. Ma sono il risultato di un giorno in cui un paese povero decise che aspettare non bastava più.
Questa storia non è in nessun archivio. L’hanno raccontata due uomini di novant’anni, seduti all’ombra, al professor Mario Grandinetti, che ha avuto la buona idea di scriverla. Quando non ci saranno più, quel testo sarà tutto ciò che resta.
È per questo che raccogliamo voci. Non per nostalgia: perché la memoria di un paese non ha altro supporto che le persone.
Questo racconto nasce da un post del professor Mario Grandinetti, che ha raccolto la testimonianza dalla viva voce di Giovanni De Gattis e Ciccio Mercuri. A lui va il merito di aver fermato per iscritto una storia che non esisteva in nessun archivio. Se qualcuno ricorda altri dettagli di quei giorni — nomi, date, episodi — la redazione è a disposizione: questa storia è aperta.
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