Oggi viene la tua mamma a prenderti — come una bambina senza nome arrivò a Martirano nel 1945 e diventò, per tutti, Za Anciluzza

Za Anciluzza Martirano - Angelina bambina a Martirano negli anni Cinquanta
Angelina a Martirano, anni Cinquanta. La sedia impagliata, il muro a secco, la scala di pietra: il paese che l'aveva accolta. Fotografia di famiglia, restaurata digitalmente.
Za Anciluzza Martirano - Angelina bambina a Martirano negli anni Cinquanta
Angelina a Martirano, anni Cinquanta. La sedia impagliata, il muro a secco, la scala di pietra: il paese che l’aveva accolta. Fotografia di famiglia, restaurata digitalmente.
Za Anciluzza Martirano — Nell’orfanotrofio di Marano Marchesato, in provincia di Cosenza, una suora si avvicinò a una bambina e le disse: «Oggi viene la tua mamma a prenderti.» Era il 1945. La guerra era finita da poco. La bambina aveva sei anni ed era là dentro dal novembre del 1939. Non aveva mai visto sua madre. Ma per sei anni aveva sentito quella parola, mamma, senza poterla attaccare a un volto — e quel giorno le dissero che il volto stava arrivando. Si presentarono due sconosciuti. Non erano sua madre e suo padre. Erano Giovanni Cuda e Rosina Gallo, contadini di Martirano, una coppia senza figli. Erano venuti a prendersela.

A Martirano fu festa

A Martirano non si parlò d’altro per settimane. Un’adozione, all’epoca, in un borgo così non era cosa usuale. Non c’erano pratiche, non c’era abitudine, non c’era un modo consolidato di dirlo. C’era una coppia che non aveva figli e una bambina che non aveva nessuno, e il paese lo prese per quello che era: una cosa buona. Come accade nei borghi del Sud, dove le storie si intrecciano e le famiglie si costruiscono anche dove la natura non basta — come a Scopamisi. Fu festa. Le donne venivano a vederla. E la trattarono bene. Questo va detto con precisione, perché non è sempre così nelle storie di adozione di quegli anni: a Martirano quella bambina non fu mai «quella presa in casa». Fu una figlia.

La dispensa

Giovanni Cuda aveva diversi appezzamenti. Il migliore era vicino al fiume Savuto — terra pianeggiante e fertile, la migliore che si potesse avere in una zona di pendii. Ci coltivava patate, ortaggi. Aveva pecore. La bambina lavorò con loro, come lavoravano tutti i figli dei contadini. Andò a scuola fino alle elementari e non oltre: l’istruzione, in quella Calabria e in quella condizione, arrivava fin lì. Ma nella dispensa di casa Cuda c’erano sempre fagioli e patate. Questo è il dettaglio da tenere, perché a leggerlo distrattamente sembra poco. Non è poco. Sei anni prima quella bambina stava in un istituto durante la guerra, dove si patisce la fame come regola e non come eccezione. Dove gli Stuka passavano rumorosi sopra il tetto — quel suono progettato apposta per terrorizzare, la sirena montata sull’aereo perché il terrore arrivasse prima delle bombe — e le bambine venivano portate giù nei sotterranei a pregare che finisse. Da quel sotterraneo a una dispensa dove il cibo c’è sempre. Non abbondanza: fagioli e patate. Ma sempre. Chi ha avuto fame da bambino sa che quella è la differenza tra due vite.

Il nome che Martirano le diede

All’anagrafe la bambina si chiamava Silvia. Un nome che le aveva dato la madre biologica — l’unica cosa che poté darle prima di lasciarla andare. Lo Stato ci aggiunse un cognome fittizio, uno di quelli che si assegnavano ai figli abbandonati: Egei. Poi arrivò l’adozione, e con essa il cognome di Giovanni Cuda, che diventò il suo per davvero. Giovanni Cuda, il padre adottivo, la voleva chiamare Angelina. Ma il nome all’anagrafe c’era già, e non si poteva cambiare. Sui documenti rimase Silvia. Solo che i documenti stanno nei cassetti, e i nomi veri stanno sulle bocche della gente. A Martirano, per tutti, quella bambina diventò Angelina. E lo è ancora oggi, a ottantasette anni: per il paese è Za Anciluzza. Il nome dell’ufficio ha perso. Ha vinto quello che le fu dato in casa — e il paese lo ha piegato alla propria lingua, come fa con tutto ciò che gli appartiene davvero. Perché scelse proprio quel nome lo sappiamo, perché un documento esiste ancora. È il foglio di congedo assoluto del Regio Esercito, rilasciato il 16 giugno 1916. Dice: Cuda Colombo Giovanni, figlio di Sebastiano e di Napoli Angela, nato il 22 novembre 1885 a Martirano, Mandamento di Martirano, Circondario di Nicastro. Professione: contadino. E alla voce che chiede se sa leggere e se sa scrivere, la stessa parola scritta due volte: no.
Foglio di congedo assoluto del Regio Esercito rilasciato nel 1916 a Cuda Colombo Giovanni di Martirano
Il foglio di congedo assoluto rilasciato dal Regio Esercito il 16 giugno 1916 a Cuda Colombo Giovanni, nato a Martirano il 22 novembre 1885, figlio di Sebastiano e di Napoli Angela. Alla voce istruzione: non sa leggere, non sa scrivere.
Sua madre si chiamava Angela. Un uomo che non sapeva scrivere il proprio nome diede a quella bambina il nome di sua madre. Non poteva registrarlo, non poteva metterlo su nessun foglio. Poteva solo dirlo, e farlo dire al paese. È bastato per ottant’anni. E c’è una cosa che Giovanni Cuda non poteva sapere. Anche la donna di Luzzi che aveva partorito quella bambina e non aveva potuto tenerla si chiamava Angela.

Il certificato di battesimo

Nel maggio del 1962 Angelina si sposò. Lui si chiamava Giuseppe Pucci, era di Martirano Antico, ed era stato in Australia a lavorare. Tornò per sposarla. Poi andò a fare l’operaio ad Aosta, come tanti — la Calabria si svuotava verso il nord e verso il mondo, e le famiglie si tenevano insieme per lettera. Ma prima del matrimonio serviva un documento. Il certificato di battesimo. Fu andando a cercare quel foglio che Angelina, a poco più di vent’anni, scoprì di essere stata adottata. Non lo sapeva. Ventitrié anni dopo l’orfanotrofio, diciassette dopo l’arrivo a Martirano, un registro le disse da dove veniva. E le disse anche che a Luzzi c’era ancora sua madre. Viva. E una sorella, Eleonora. Andò. Le trovò.

Le ragioni

Ci sono conversazioni di cui non si può sapere nulla dall’esterno, e questa è una di quelle. Una donna di poco più di vent’anni e la donna che l’aveva partorita, che non vedeva da quando era nata, sedute una davanti all’altra a Luzzi nei primi anni Sessanta. Quello che sappiamo è che la madre le spilegò. Le disse perché. Le disse della casa dove era a servizio, della violenza che aveva subito, del licenziamento in tronco quando si era fatta avanti perché era incinta. Delle poche lire che il signore le gettò dal balcone. Le disse che non c’era stato nessun modo — nessuno — di tenere quella bambina. Non fu un abbandono. Fu l’unica cosa possibile in una condizione dove non era possibile niente.

Il legame che non si è più spezzato

Qui la storia potrebbe finire come finiscono tante storie di questo tipo: con un incontro, una spiegazione, e poi ognuno alla propria vita. Le radici ritrovate e subito riposte in un cassetto, perché troppo tempo era passato e troppo dolore c’era in mezzo. Non è andata così. Da quel giorno il legame non si è più interrotto. La madre biologica fu presente nella vita di Angelina fino alla fine. E la sorella, Eleonora — la sorella che per ventitrié anni non aveva saputo di esistere — restò una sorella per davvero, non un nome su un registro. Si vollero bene. Si frequentarono. E il legame è passato alle generazioni dopo. Ancora oggi Angelina e i suoi figli hanno rapporti con i figli di Eleonora: i cugini di Luzzi che una violenza e un orfanotrofio avrebbero dovuto cancellare per sempre dalla mappa di questa famiglia. Questa è la parte che conta più di tutte le altre. Perché il torto non è stato risarcito, la povertà non è stata riscattata, l’infanzia perduta non è stata restituita. Ma il legame è stato recuperato — e una volta recuperato ha tenuto per sessant’anni. Ci sono famiglie che si perdono per molto meno.

Quello che venne dopo

Angelina e Giuseppe ebbero tre figli. Uno era Tommaso: pittore, scrittore, artista. Se n’è andato prima di sua madre, ancora giovane. Il suo nome è quello dell’Associazione Tommaso Silvio Pucci, che porta avanti a Martirano e nel comprensorio il lavoro culturale che era il suo. Il torto più grande che si possa fare a una madre è farle seppellire un figlio. Ad Angelina è toccato anche quello. E prima ancora era rimasta vedova. Una donna che nel 1939 era stata registrata come figlia di nessuno, con un nome scelto dalla madre biologica e un cognome fittizio assegnato dallo Stato, ha cresciuto tre figli, ne ha perso uno, ha visto morire suo marito, e a ottantasette anni è ancora qui. In paese la chiamano tutti Za Anciluzza.

Quello che i borghi come Martirano sanno fare

Questa non è una storia a lieto fine, se per lieto fine intendiamo che i conti tornano. Non tornano. Nessuno ha risarcito niente a nessuno. La donna di Luzzi ha portato quella violenza addosso per tutta la vita. La bambina ha perso sei anni in un istituto e vent’anni di verità. Ma c’è una cosa che Martirano ha fatto nella storia di Za Anciluzza, e va detta chiaramente. Un borgo povero, che uscendo dalla guerra non aveva nulla, ha preso una bambina che non era di nessuno e l’ha fatta diventare di tutti. Le ha dato una casa, un mestiere, un nome nuovo che le è rimasto addosso per ottant’anni. Ha fatto festa quando è arrivata. E quando quella bambina, ormai donna, è andata a cercare da dove veniva, Martirano non l’ha perduta. L’ha lasciata avere due famiglie. Perché appartenere a un posto non vuol dire non appartenere a nessun altro. Non è retorica meridionale, questa. È una cosa che è successa, in un anno preciso, in un paese preciso, per volontà di due persone che si chiamavano Giovanni e Rosina e che non potevano avere figli. Una storia di quelle che i borghi custodiscono — come racconta Franco Arminio quando parla di paesi che sanno fare ciò che le città non sanno più. I borghi sanno fare questo. Non sempre, non tutti, non per tutti. Ma sanno farlo — e lo fanno ogni giorno, in modi che spesso restano invisibili. Come il medico che scelse la parte più scomoda, o il figlio della sarta. Storie diverse, ma tutte parti della stessa cosa. E quando lo fanno — come è successo a Za Anciluzza Martirano — ottant’anni dopo c’è ancora qualcuno in paese che dice Za Anciluzza, e sa esattamente di chi sta parlando.
Leggi anche dalla rubrica “52 Borghi, 52 Storie”: La rubrica 52 Borghi, 52 Storie di Il Sarto delle Lumache è un viaggio settimanale nel Sud Italia attraverso i luoghi e le persone che lo custodiscono. Non raccontiamo i borghi. Raccontiamo ciò che i borghi dicono sul Sud di oggi. La rubrica è anche un podcast: ogni domenica un borgo del Sud raccontato con la voce, su YouTube e Spotify. Seguici sul canale WhatsApp del Sarto. Conosci una storia da raccontare? Scrivici a redazione@ilsartodellelumache.it Clemente Ernesto Aiello
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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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