Martirano Lombardo può vivere di turismo lento? Sì, e non lo sta facendo

il viale dei tigli
il viale dei tigli

A Milano si respira a quaranta gradi. Da noi la sera si mette il maglioncino. Ed è proprio questo, non un monumento, la nostra offerta.

Lo abbiamo scritto qualche giorno fa: il turismo lento vale due miliardi di euro e cresce del 140% dalla pandemia. Sicilia, Basilicata, Campania guidano la corsa. Il Sud, per una volta, vince restando fedele al proprio passo.

A quel punto viene naturale farsi una domanda scomoda, e la facciamo direttamente a noi stessi: Martirano Lombardo ha le carte per entrarci, in quel mercato? La prima risposta che viene in mente è quella sbagliata: non abbiamo monumenti, non abbiamo chiese antiche da guida turistica, non abbiamo musei. Cosa vogliamo offrire?

La risposta vera è che ce lo stiamo chiedendo con il metro sbagliato. Quello che sembra un vuoto è, per chi oggi cerca turismo lento, esattamente ciò che va cercando.

Quello che le grandi città ci invidiano

In questi giorni di luglio, a Milano o a Roma si boccheggia a quaranta gradi. L’aria è ferma, l’asfalto la restituisce di notte, non si respira. Da noi, alla sera, si mette il maglioncino. Non è un modo di dire: è la quota, 520 metri, che fa la differenza tra una notte insonne in città e una passeggiata sul Viale dei Tigli con una freschezza che in pianura si è dimenticata come si prova.

Viale dei Tigli a Martirano Lombardo, ombra e mercatino sotto gli alberi
Il Viale dei Tigli di Martirano Lombardo

E non è solo l’aria. Abbiamo il mare a un quarto d’ora, l’alta montagna a mezz’ora. Abbiamo sorgenti dove ci si può fermare a bere con il proprio bicchiere in tasca — acqua che non passa da un tubo, non arriva in una bottiglia di plastica, nasce lì, sul posto, davanti a te. Prova a farlo a Milano. Prova a farlo a Roma.

Abbiamo una cultura gastronomica che si può ancora permettere chiunque, prodotti del territorio che sono ricchezza vera anche quando costano poco. Il territorio ricade nella zona di produzione del Savuto DOC, un vino con nome e disciplinare, non solo tradizione orale.

Questo è esattamente il turismo che la gente cerca oggi. Non un altro monumento da fotografare in fretta e lasciare. Una fuga dalla frenesia. Dopo dodici mesi di città, la gente vuole stare al fresco dei tigli, seduta su una panchina, senza dover fare la fila per niente.

C’è perfino una storia — quella che Il Sarto conosce meglio di chiunque altro — capace da sola di dare senso a tutto il resto: un paese nato due volte, ricostruito dopo il terremoto del 1905 con la solidarietà lombarda che gli ha dato il nome. Non serve un museo per raccontarla. Basta camminare per il paese sapendo cosa si sta guardando.

Il problema vero: qui non si lavora nemmeno a spot

E qui arriva la parte scomoda, e non è una questione di dettagli da sistemare. Non è che manchi un piano a lungo termine, o che si lavori a intermittenza. Qui vige la legge della rassegnazione: non ci viene nessuno, quindi non c’è niente da offrire, quindi non ci viene nessuno. Un cerchio che si chiude da solo e che nessuno prova a rompere.

I numeri lo confermano senza bisogno di altre parole: Martirano Lombardo conta appena una manciata di recensioni sui portali turistici più usati. Nessun agriturismo strutturato compare nei circuiti di prenotazione. Nessun cammino organizzato porta il nome del paese, nonostante sieda proprio al centro del massiccio del Reventino che li rende possibili. E il vuoto non è solo turistico: la Comunità Montana dei Monti Reventino-Tiriolo-Mancuso, l’ente che per decenni avrebbe dovuto occuparsi proprio di coordinare un territorio come questo, è stata soppressa nel 2013 ed è ancora oggi in liquidazione. Da allora si parla di un Parco Regionale dei Monti Reventino e Mancuso per rimpiazzarla — ma è rimasto, appunto, solo un se ne parla. Manca perfino chi dovrebbe, sulla carta, occuparsene.

Il confronto che fa male, ma serve

A pochi chilometri, sullo stesso Reventino, Conflenti viene già raccontata dalle guide turistiche come meta di “turismo esperienziale”, tra cammini spirituali, musica tradizionale e cucina di campagna. Stesso massiccio, stessa aria fresca, stesse sorgenti.

Non è nemmeno una questione di posizione geografica migliore o peggiore — l’abbiamo verificato, e su questo fronte nessuno dei due paesi parte avvantaggiato. È che qualcuno, a Conflenti, ha smesso di rassegnarsi. Ha deciso di raccontare quello che il territorio offre già, anche senza un ente sovracomunale a fargli da apripista. Noi, per ora, non l’abbiamo ancora deciso.

Cosa si potrebbe fare, concretamente

Non servono miracoli, e non servono nemmeno grandi opere. Serve smettere di pensare che, non avendo un monumento, non abbiamo niente da vendere.

Primo: raccontare quello che abbiamo per quello che è — l’aria fresca a luglio, l’acqua di sorgente, il Viale dei Tigli — invece di vergognarsene perché non è un monumento. Secondo: costruire una rete di accoglienza diffusa, case e camere di famiglie disposte ad aprire le porte, l’unica forma di ricettività che ha senso in un paese di poche centinaia di abitanti. Terzo: collegare i sentieri del Reventino che già esistono a un circuito riconosciuto — non aspettando un ente sovracomunale che non c’è più da oltre dieci anni, ma partendo dal basso, comune per comune, magari insieme a chi a Conflenti l’ha già fatto. Quarto: far diventare la storia del terremoto e della rinascita un itinerario fisico, non solo un libro. Quinto: esistere online dove i viaggiatori del turismo lento oggi cercano davvero — non solo sui social, ma sui portali di prenotazione e sulle mappe dei cammini regionali.

Nessuna di queste cose richiede un investimento fuori portata per un piccolo comune. Richiede solo smettere di dire “non c’è niente da fare”, e cominciare a fare la prima cosa.

Cosa dice di noi questa storia

Il Sarto non fa mai il tifo cieco per il proprio paese, e non lo fa nemmeno oggi. Ma proprio perché lo conosciamo bene, sappiamo che la nostra forza non è nascondere qualcosa di prezioso dietro un’apparenza dimessa. È essere, onestamente, un posto dove non succede niente — e oggi, per chi arriva da una città a quaranta gradi, è proprio per quel niente che vale la pena venire.

Il Sud che vince, quello di cui parlavamo qualche giorno fa, non vince per magia. Vince perché qualcuno ha deciso di prendere la propria lentezza e trasformarla in un’offerta chiara per chi arriva da fuori. Martirano Lombardo ha già tutto quello che serve. Manca solo qualcuno che smetta di rassegnarsi.

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Clemente Ernesto Aiello per Il Sarto delle Lumache 🐌

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 83 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

2 Commenti

  1. Concordo pienamente
    Sono Martiranese, come tanti l’ho lasciato per motivi di lavoro ormani da 32 anni. Amo il mio paesello e ci torno tutte le volte che posso ne ho bisogno lì ricarico le batterie e quando mi chiededo cosa faccio quando stò a Martirano…sapete qual’è la mia risposta: “niente”..mi godo il tempo che rallenta mi godo l’acqua delle sorgenti l’aria sotto i tigli…. e poi in 15 minuti arrivo al mare….in 20 in montagna a bombarda e la sera per dormire mi copro ….
    …. sono daccordo su tutto bisognerebbe riuscire a valorizzare la “ricchezza” che offre il nostro paese.
    Grazie per l’opportunità

  2. Grazie di cuore per queste parole — valgono più di mille articoli.

    Quel “niente” che ci racconta è in realtà tutto: è la cosa più preziosa e la più rara che il nostro paese sappia ancora offrire. In un mondo che corre, chi torna a Martirano per “non fare niente” sta facendo qualcosa di enorme: sta ricordando che il tempo lento è una ricchezza, non uno spreco.

    Trentadue anni fuori e ancora quel bisogno di tornare, di bere alle sorgenti, di sentire l’aria sotto i tigli, di coprirsi la sera d’estate. È questo il filo che il Sarto prova a cucire: chi è partito, chi è rimasto, chi torna quando può. Tutti dentro la stessa storia.

    Sulla valorizzazione della “ricchezza” del paese ha ragione: è un lavoro lungo, ma è proprio da voci come la sua che si comincia. Continui a scriverci quando ha qualcosa da dire — il Sarto è casa anche sua.

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