Il re che cadde due volte — il castello di Martirano e la morte di Enrico VII di Svevia

statua di Federico II di Svevia a Nicastro con il castello normanno-svevo sullo sfondo
statua di Federico II di Svevia a Nicastro con il castello normanno-svevo sullo sfondo
Federico II con il falcone, statua bronzea di Maurizio Carnevali (2009), Nicastro. Alle sue spalle il castello normanno-svevo, dove il figlio Enrico fu tenuto prigioniero due anni prima dell’ultimo trasferimento a Martirano.

A Martirano c’è un punto del paese dove non si vede niente.

È il punto più alto, quello che guarda la valle del Savuto. Oggi ci abita qualcuno. Non ci sono ruderi da indicare, non c’è un muro rimasto in piedi, non c’è nemmeno quel poco di rovina fotografabile che di solito il tempo concede. C’è una casa, e sotto la casa c’è il vuoto della memoria.

In quel punto, per cinquecento anni, ci fu un castello. E in quel castello morì un re.

Non un re qualsiasi: il figlio primogenito di Federico II di Svevia, lo stupor mundi. Il ragazzo che era stato incoronato re dei Romani a nove anni e che a ventiquattro non era più niente.

Di lui, del castello e di quella morte non è rimasta una sola pietra che possiamo interrogare. Sono rimasti soltanto i racconti delle pietre.

Un castello che nessuno ha mai misurato

Le fonti locali lo dicono imponente. Un castello-fortezza costruito sotto Ruggero II, caposaldo del sistema difensivo normanno, che dominava tutta la valle del Savuto. Sul portale d’accesso principale, una lapide con la data di edificazione: aprile 1113, tredicesimo anno di regno di Ruggero.

Quella lapide non c’è più. Non c’è più nemmeno la sua trascrizione originale, che era custodita nell’archivio cittadino. Quello che abbiamo è una copia, finita in possesso della famiglia Berardelli e autenticata da un notaio, tal F. Spina, nel maggio del 1610. La copia di una trascrizione di una pietra scomparsa.

Il resto procede allo stesso modo. Una torre aggiunta nel 1197, per premiare la fedeltà degli abitanti. La torre rifatta nel 1226 e rinforzata con oggetti di rame. Un’ulteriore torre voluta da Federico II, ricordata nel 1243 da una targa marmorea sulla porta. Ogni notizia poggia su un’iscrizione, e ogni iscrizione è perduta.

L’unico aggettivo che ci è arrivato è imponente. Non una pianta, non una misura, non il numero delle torri, non la descrizione di un ambiente. Chi oggi scrive che il castello di Martirano era imponente sta ripetendo una parola di cui nessuno conosce l’origine.

Il prigioniero

Si chiamava Enrico. Gli storici lo scrivono Enrico (VII), con il numero tra parentesi, perché imperatore non lo fu mai — e non va confuso con l’Enrico VII di Lussemburgo che Dante attendeva come un salvatore.

Nato a Palermo nel 1211 da Federico e da Costanza d’Aragona, fu incoronato re di Sicilia a un anno di età e re dei Romani a nove. Crebbe in Germania, lontano dalla famiglia, per volontà del padre. Del padre conobbe soprattutto le lettere di cancelleria.

Nel 1234 Federico apprese che il figlio si era alleato con i suoi nemici, la Lega Lombarda. Enrico fu richiamato a Wimpfen e nel luglio del 1235 fu deposto e condannato a morte dopo un processo sommario. La pena fu poi commutata in carcere a vita.

Aveva ventiquattro anni. Ne passò sette in prigione, spostato da una fortezza all’altra come un oggetto ingombrante. Rocche di Puglia, poi la Calabria. Il castello di Nicastro, dove fu tenuto sotto la custodia del castellano Martino d’Ippolito. E infine Martirano.

Non è un caso che finisse lì. In epoca angioina il castello di Martirano diventerà ufficialmente una prigione, il luogo dove venivano rinchiusi i nemici del re: nel Quattrocento vi finirà anche Antonio Centelles, il marchese ribelle di Crotone. Martirano era il posto dove il potere metteva chi non poteva uccidere e non voleva liberare. Una rupe alta, una valle stretta, e nessuno intorno.

Il giorno che non esiste

Adesso proviamo a stabilire quando morì.

Alcune fonti dicono 10 febbraio 1242. Altre, con altrettanta sicurezza, 12 aprile 1242. Due mesi di differenza, e nessuno che se ne scusi.

Proviamo a stabilire dove. Secondo una versione stava percorrendo una tortuosa strada di montagna mentre lo trasferivano da Nicastro verso Martirano. Secondo un’altra era già a Martirano e stava andando verso San Marco, in provincia di Cosenza.

Proviamo a stabilire come. Cadde da cavallo, fratturandosi un femore. Oppure si gettò volontariamente in un burrone, sfuggito per un attimo alla vigilanza. Oppure morì di cause naturali. Oppure di lebbra. Oppure — e questa versione ebbe fortuna nel Medioevo — per volontà diretta del padre, ultima vendetta contro il figlio che aveva osato.

Gli storici oggi tendono a smontare quasi tutto. La tesi del suicidio, che è stata la più accreditata fino a pochi decenni fa, appare più figlia della leggenda nera sulla tirannia federiciana che dei documenti. È il contrasto stridente di quella vita — la ribellione, il desiderio di libertà, l’affrancamento dal padre mai avvenuto — ad aver generato nei secoli l’immagine del salto nel vuoto.

L’unica cosa certa è che, moribondo, fu riportato a Martirano, e che a Martirano morì. Il corpo fu poi traslato a Cosenza e sepolto in cattedrale.

E quella rupe uccise due volte. La stessa erta fu fatale a Isabella d’Aragona, moglie di Filippo III di Francia, caduta da cavallo mentre attraversava il Savuto di ritorno dall’ottava crociata. Aveva ventiquattro anni, gli stessi che aveva Enrico quando smise di essere re.

L’epigrafe e la chiesa

C’è un ultimo appiglio, e vale la pena seguirlo fino in fondo.

Si racconta che a ricordare l’evento il vescovo di Martirano, Giacomo Maria de Tarsia, fece porre un’epigrafe nella chiesetta di San Marco.

Giacomo Maria de Tarsia era un paolotto cosentino, eletto vescovo di Martirano da Clemente XIV nel 1770. Le sue relazioni a Roma sono del 1773, del 1777 e del 1791. Quindi quell’epigrafe, se fu posta, fu posta cinquecentotrenta anni dopo il fatto che commemora. Non è una testimonianza: è un gesto di erudizione settecentesca, che ci dice — questo sì — che alla vigilia della Rivoluzione francese a Martirano quella memoria era ancora abbastanza viva da meritare una pietra.

Della chiesetta di San Marco restano i ruderi. Non compare nei censimenti nazionali degli edifici di culto, non compare nei cataloghi dei beni culturali, non compare nelle guide: eppure è lì. Il che dovrebbe insegnarci qualcosa sul valore del silenzio degli archivi, che non è mai la prova di un’assenza.

L’epigrafe, invece, nessuno l’ha più vista. Può essere finita sotto il terremoto del 1783, che cade dentro l’episcopato stesso di Tarsia. Può essere stata rimossa e murata altrove. Può essere ancora lì, tra i rovi, girata dalla parte sbagliata.

Vale la pena aggiungere una cautela generale, perché riguarda tutta la nostra storia locale. Sulla serie dei vescovi di Martirano, l’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli attribuì a questa diocesi presuli che appartenevano in realtà a Manturano, in Toscana, e già a fine Ottocento il canonico Giovanni Minasi denunciava l’abitudine ad assegnare a Martirano vescovi di città dal nome somigliante, alterato dagli amanuensi. Martirano, Manturano, Monterano. La storiografia che ci ha tramandato queste notizie ha un problema documentato: le assonanze scambiate per identità.

Giannina

E poi c’è lei.

A Martirano si racconta di una pastorella, Giannina, e del re che moriva. È una storia che si tramanda a voce, e che chi scrive non ha trovato scritta in nessun libro, in nessun archivio, in nessuna raccolta di leggende calabresi. Esiste solo nella bocca di chi la racconta, che è il modo più fragile e più tenace di esistere.

Ed è qui che questa vicenda smette di essere una nota erudita e diventa qualcosa che ci riguarda.

Guardiamo cosa abbiamo in mano: una data che oscilla di due mesi, quattro cause di morte incompatibili, due itinerari diversi, una lapide di fondazione che nessuno ha più visto, un’epigrafe scomparsa, un castello di cui non resta neppure una rovina da fotografare. Il documento, su Enrico a Martirano, tace.

E dove il documento tace, parla il paese.

La leggenda non contraddice la storia: ne occupa il vuoto. Giannina non è un errore storiografico, è il modo in cui una comunità si prende in carico una morte che non le apparteneva. Un ragazzo straniero, prigioniero, figlio di un imperatore che nessuno lì aveva mai visto, muore su una rupe calabrese. Nessuno sa come. E allora Martirano gli mette accanto qualcuno. Non un cronista, non un cappellano, non un notaio: una pastorella. Una che passava di lì. Una del posto.

È una scelta straordinaria, se ci si pensa. Il paese non ha inventato un testimone autorevole per rendere credibile il racconto. Ne ha inventato uno tenero, per rendere sopportabile la morte.

Dove sono finite le pietre

Resta una domanda che ci si pone di rado, e che ha una risposta semplice.

Il castello non è scomparso. È stato smontato.

Dopo i terremoti — il 1638, che uccise a Martirano cinquecentodiciassette persone e fece crollare la Cattedrale e il palazzo vescovile; poi il 1783; poi il 1905 — nessuno ricostruisce con pietra nuova quando ha una fortezza normanna già sbozzata a venti metri. Quei conci sono nei muri delle case. Sono soglie, cantonali, architravi. Nessuno sa quali, e per questo non si vedono.

E sul punto più alto e più difeso del paese, dove per cinquecento anni il potere teneva i suoi prigionieri, oggi qualcuno abita. Cucina, stende i panni, riceve la posta.

Non è una storia di perdita. È una storia di continuità inconsapevole. Martirano non ha dimenticato il castello: se l’è ripreso, pietra per pietra, e ci ha costruito la propria vita quotidiana.

Il re cadde due volte. Una volta da cavallo. E una volta dentro la normalità di un paese, fino a diventare invisibile.

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Se conoscete la storia di Giannina — se ve l’hanno raccontata i vostri nonni, se l’avete letta da qualche parte, se a Martirano esiste ancora una contrada o un vicolo che porta il nome di San Marco — scrivetecelo. Questo articolo è deliberatamente incompleto. Le storie che si tramandano a voce si perdono nel giro di una generazione, e per una volta abbiamo la possibilità di arrivare prima.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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