Si torna in classe in un’estate che non finisce

Aula di scuola primaria con banchi di misure diverse, come nelle pluriclassi delle aree interne del Sud

Il 15 settembre, in Calabria, suona la prima campanella. In qualche aula del Sud entreranno otto bambini e una sola maestra, e quegli otto bambini non avranno la stessa età. Seconda, terza e quarta nella stessa stanza, nella stessa ora. Si chiama pluriclasse, ed è la forma che prende la scuola quando un territorio si assottiglia.

Non è un caso limite. È la condizione ordinaria di una parte del Mezzogiorno che a settembre nessuno racconta, mentre le cronache si occupano di zaini e di caro-libri.

Dodicimila scuole piccole, quasi la metà nelle aree interne

L’Atlante nazionale delle piccole scuole, che l’Indire aggiorna insieme al Ministero, chiama “piccola” una scuola con non più di centoventicinque alunni alla primaria e settantacinque alla secondaria di primo grado. In Italia sono poco più di dodicimila. Rappresentano oltre la metà di tutte le primarie del Paese. Quasi la metà si trova nelle aree interne.

Dentro questo insieme, 1.835 scuole hanno almeno una pluriclasse: in tutto 2.616 pluriclassi, frequentate da 34.265 alunni. Le regioni dove il fenomeno pesa di più sono Campania, Calabria e Sicilia, e subito dopo Basilicata, Molise, Sardegna, Abruzzo.

C’è un altro numero che non ha bisogno di commento. Tra il 2016 e oggi le sedi scolastiche italiane sono passate da 41.284 a 40.074. Milleduecento scuole hanno chiuso.

Il numero otto

Per formare una classe servono quindici alunni alla primaria, diciotto alla secondaria di primo grado. Per formare una pluriclasse ne bastano otto.

Otto è la soglia. Sopra, il paese ha una scuola. Sotto, i bambini salgono su un pullman.

Tutto quello che si dice sullo spopolamento del Sud — i convegni, i piani, le strategie nazionali per le aree interne — si riduce, in un’aula di montagna a settembre, alla differenza tra otto e sette.

Chi tiene il conto sopra otto

Qui va detta una cosa che nel dibattito pubblico si dice di rado, e che chi insegna nei plessi interni sa benissimo.

Il rapporto Indire lo mette in una riga: il Sud ha perso oltre il dodici per cento dei suoi studenti italiani, e quel calo è compensato solo in parte da un aumento del trenta per cento di alunni stranieri. Nelle scuole italiane gli alunni con cittadinanza non italiana sono 914.860, più dell’undici per cento del totale.

Tradotto in aritmetica di paese: in molti plessi delle aree interne, i tre o quattro bambini arrivati da lontano sono la differenza tra otto e cinque. Tra una scuola aperta e un paese senza scuola.

Non è una posizione politica. È un conteggio. Quelle famiglie hanno preso casa dove le case non le voleva più nessuno, e i loro figli oggi tengono in vita l’ultimo servizio pubblico rimasto in paese. Le comunità che li hanno accolti hanno guadagnato un anno di scuola alla volta. Le altre hanno chiuso.

A un’ora di pullman

Sull’isola di Ustica, al largo di Palermo, c’è una sola scuola per tutti gli ordini: centouno iscritti, quattro pluriclassi. Sono quelle quattro pluriclassi a tenere in piedi il diritto allo studio di un’isola intera.

Sull’Aspromonte, sul Pollino, sulle Serre, il diritto allo studio passa da corse in pullman che superano l’ora. La Calabria, secondo i dati della Cisl scuola, perde 4.606 alunni in un solo anno. Ogni perdita si traduce in accorpamenti, scuole-polo, chilometri.

Un bambino di sei anni che si alza alle sei e mezza per andare a scuola non è una statistica sullo spopolamento. È lo spopolamento che si compie, un mattino alla volta.

L’errore di segno opposto

Poi c’è il rovescio, ed è più difficile da raccontare perché nasce quasi sempre da buone intenzioni.

Accade che un Comune abbia edifici scolastici vecchi e insicuri, e che li debba sostituire. Accade che, per unire il capoluogo e le frazioni, si scelga un punto a metà strada. Sulla carta è la soluzione giusta: equidistante, razionale, nuova.

A Conflenti, sul Reventino, la scuola nuova fu inaugurata il 4 maggio 2021 in località Passo Ceraso. C’era il sindaco, c’era il parroco che benedisse l’edificio e lo scuolabus. Il giorno prima, il consigliere di opposizione Emilio D’Assisi aveva messo per iscritto l’obiezione: oltre mille metri di quota, fuori dal contesto urbano, di difficile accessibilità viaria, con la chiusura delle storiche scuole del centro e di San Mazzeo.

Durò un anno scolastico. Poi la scuola tornò dentro il paese, in un edificio ristrutturato dove si fa lezione ancora oggi. Il fabbricato di Passo Ceraso è là, vuoto.

Lo scriviamo senza indignazione, perché la lezione non è locale ed è la stessa in tutta Italia: le decisioni sulla scuola si prendono guardando la mappa, e la mappa non conosce la nebbia. Non sa che a gennaio, a mille metri, la strada si chiude. Non sa quanto pesa uno zaino su una salita. Sulla carta un punto equidistante è il posto giusto; sul terreno è il posto dove non arriva nessuno.

Il primo giorno di scuola è d’estate

Mentre scriviamo, la Calabria è dentro la sesta ondata di calore dell’estate 2026. Il 28 agosto Torano Castello ha sfiorato i 45 gradi. Il Centro Multirischi della Regione registra anomalie termiche positive per l’intera stagione, con valori costantemente sopra i trenta gradi di giorno e di notte, e ondate di calore che hanno interessato la regione per tre mesi senza interruzione. Reggio Calabria è tra le città in bollino giallo.

Il 15 settembre si rientra in classe. La Regione ha confermato la data, aggiungendo che i singoli istituti potranno valutare adattamenti: una frase che, tradotta, significa che si entra in un’aula sapendo che potrebbe non essere sopportabile starci.

Perché il punto non è se il 15 settembre ci saranno trentotto gradi o trentuno. Il punto è che il calendario scolastico italiano è stato pensato quando settembre era autunno, e settembre non è più autunno. Le aule del Sud sono state costruite per un clima che non c’è più: muri sottili, ampie vetrate esposte, tetti che accumulano, cortili senza un albero.

E qui arriva il numero che chiude il ragionamento: secondo la Flc Cgil, in Calabria solo il 6,6 per cento delle scuole è climatizzato. Su cento aule, poco più di sei sono attrezzate per il clima in cui si trovano.

Non è un problema di comfort. Un bambino di sei anni in una pluriclasse a trentacinque gradi, alle undici del mattino, non sta imparando: sta resistendo. E la maestra che deve tenere insieme tre annualità in quelle condizioni non fa didattica, fa sopravvivenza.

Due portafogli che non si parlano

C’è una ragione strutturale per cui quel 6,6 per cento non sale, e non è la malafede di qualcuno.

L’edilizia scolastica si finanzia in conto capitale: fondi europei e statali vincolati a realizzare opere. Il funzionamento — le pulizie, il riscaldamento, il trasporto, la manutenzione — sta sulla spesa corrente dei Comuni e sui bilanci delle scuole. Sono due capitoli che per legge non comunicano.

Così nasce il paradosso che ogni insegnante del Sud conosce: si inaugura un edificio nuovo e in classe manca il sapone.

Costruire, per un piccolo Comune, è la cosa più facile che si possa fare con i soldi pubblici: ci sono i bandi, le graduatorie, i progetti, le inaugurazioni. Tenere una famiglia in un paese — un lavoro, un pediatra, un pullman che passi davvero — è quasi impossibile da finanziare. Il denaro va dove c’è la porta aperta, non dove serve.

Il compenso cresce con la spesa, non con gli alunni

E poi c’è un dettaglio contabile che spiega più di molte dietrologie.

L’articolo 45 del codice dei contratti pubblici prevede che fino al due per cento dell’importo posto a base di gara possa essere destinato agli incentivi per funzioni tecniche: l’ottanta per cento di quella somma va al responsabile unico del procedimento e a chi svolge verifica, direzione dei lavori, collaudo. È una norma pubblica, legittima, e vale per qualunque opera: anche per la ristrutturazione dell’edificio vecchio, non solo per la costruzione del nuovo.

Ma è calcolata su una cosa sola: quanto costa l’opera. Il progettista è pagato in percentuale sull’importo. L’impresa guadagna sull’importo. L’incentivo tecnico si calcola sull’importo.

In tutta la catena, nessun compenso dipende da quanti bambini entreranno in quell’edificio.

Non serve immaginare il malaffare per capire dove porta un sistema che misura il successo in euro spesi anziché in aule occupate. Basta leggere le tariffe. E l’obiezione di chi amministra è seria e va riportata: senza quell’edificio, in molti casi, la scuola avrebbe chiuso comunque, perché i vecchi locali non stavano in piedi. È vero. Resta che nessuno, nel calcolo, ha mai dovuto rispondere alla domanda più semplice: quanti bambini ci sono, e ci arrivano?

Chi tiene aperta la pluriclasse

Per costruire una scuola c’è una filiera intera che viene retribuita, e c’è una cerimonia.

Per tenerne aperta una non è previsto nulla. Non c’è parcella, non c’è incentivo, non c’è benedizione. C’è una maestra che il 15 settembre entra in un’aula con otto bambini di età diverse e prepara tre lezioni per la stessa ora.

È lei l’ultimo presidio pubblico di molti paesi del Sud. E il paese resta finché resta lei.

La redazione del Sarto delle Lumache

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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