L’estate dei borghi e la narrazione invecchiata
C’è una stagione, ogni anno, in cui i borghi calabresi ritornano a respirare.

Non è la retorica del turismo spettacolarizzato che ripete sempre le stesse immagini — piazze piene di gente da Instagram, borghi dipinti per vendere un’illusione di autenticità, il Sud ridotto a cartolina per chi non vuole stare a casa. È qualcosa di più radicale: è il momento in cui chi ha scelto di restare, di resistere, di amministrare uno di questi comuni interni scopre che il suo lavoro quotidiano — fatto di burocrazia, di risorse risicate, di telefonate a Roma che nessuno raccoglie — può trasformarsi in qualcosa di tangibile.
In questa estate 2026, Aiello Calabro, uno dei comuni della Provincia di Cosenza entrato non da molto nel circuito de I Borghi più Belli d’Italia, testimonia di una verità che il Mezzogiorno ha smesso di raccontare a se stesso: che la resistenza territoriale non è passività, non è rassegnazione davanti al declino. È invece una scelta amministrativa precisa, consapevole, che trasforma i limiti in leve.
Il sindaco Luca Lepore, in una lunga conversazione, ha tracciato i confini di questa scelta. Non in tono celebrativo — Lepore non fa retorica — ma con la durezza di chi sa che ogni progetto, ogni evento, ogni iniziativa nasce dal nulla, dalla carenza strutturale, dalla difficoltà di governare quando lo Stato centrale ha progressivamente depotenziato i Comuni.
Eppure Aiello lavora. Aiello produce eventi che richiamano migliaia di visitatori. Aiello ha incubato nuove attività economiche, ha invertito localmente il fenomeno dello spopolamento, ha trasformato la candidatura a Capitale Italiana della Cultura in una narrazione pubblica del proprio valore. Non per magia. Per scelta.
Il depotenziamento dello Stato e la domanda che nessuno pone
Innanzitutto, un dato che raramente emerge con chiarezza nella narrazione politica nazionale: lo Stato ha svuotato i Comuni di risorse.
Non è una metafora. È una descrizione materiale di quello che è accaduto negli ultimi quindici anni. I piccoli comuni, soprattutto quelli delle aree interne meridionali, hanno visto diminuire il personale a disposizione — alcuni hanno perso fino al 30% della loro forza lavoro — mentre le responsabilità e gli adempimenti burocratici aumentavano. È come chiedere a una persona di correre una maratona dopo averle tolto le scarpe.
Lepore lo dice con lucidità: “Lo Stato, nel corso degli anni, ha progressivamente depotenziato i Comuni, lasciandoli con meno risorse e meno personale. Così amministrare diventa sempre più difficile.”
Questo non è pessimismo. È osservazione. E da questa osservazione parte una domanda fondamentale che la politica nazionale non si pone: se i Comuni sono il primo presidio dello Stato sul territorio, il punto di riferimento quotidiano dei cittadini, come è possibile che siano stati lasciati soli, svuotati, ridotti a gestori di crisi piuttosto che costruttori di futuro?
La risposta che emerge da Aiello non è una risposta bellissima. Non è la soluzione. È piuttosto la dimostrazione che nonostante tutto, è ancora possibile garantire servizi, intercettare finanziamenti, programmare opere pubbliche e rispondere alle esigenze delle comunità.
Questo “nonostante tutto” è il fulcro di tutta la riflessione.
Le tre priorità di chi non scappa
Quando si chiede a un sindaco di un borgo calabrese quale sia la sua strategia, spesso la risposta è vaga, temporeggiata, ricca di presupposti teorici che poco hanno a che vedere con la realtà materiale della gestione quotidiana. Lepore, invece, indica tre priorità concrete, realizzabili, misurabili: creare lavoro, contrastare lo spopolamento, migliorare costantemente i servizi.
Non sono slogan. Sono indicatori di azione.
Sulla creazione di lavoro, Aiello ha lanciato tre bandi comunali che hanno generato risultati. Dalle loro risorse limitate, dal loro budget risicato, sono nate due nuove attività di accoglienza (B&B), servizi alla persona, iniziative nel settore agroalimentare (apicoltura, pastorizia), il potenziamento di laboratori artigianali tradizionali, la nascita della prima osteria del centro storico. Non sono numeri appariscenti, ma sono numeri reali. Sono persone che hanno deciso di investire, di rimanere, di creare occupazione — non perché il panorama economico nazionale sia cambiato, ma perché il sindaco ha creato uno spazio amministrativo in cui l’iniziativa economica locale potesse radicarsi.
È un insegnamento che vale per tutti i borghi calabresi, compresi quelli della provincia di Catanzaro come Martirano Lombardo: quando le risorse nazionali vengono meno, la capacità di un amministratore di catalizzare energie locali diventa l’unica leva possibile. Non è ideologia. È necessità trasformata in strategia.
Sul contrasto allo spopolamento, Aiello ha utilizzato il bando regionale “Abita i Borghi Montani Calabria” per attrarre nuovi residenti, per facilitare l’incontro tra proprietari di immobili e famiglie, professionisti, imprenditori che cercano una qualità della vita diversa dall’urbano congestionato. È un meccanismo semplice, ma richiede costanza amministrativa: rispondere al telefono, accompagnare le pratiche, costruire fiducia. Non è cosa banale quando la burocrazia regionale è essa stessa un ostacolo.
La valorizzazione del territorio come circolo virtuoso
Qui sta il passaggio cruciale. Lepore lo descrive così: “Quando un borgo crea lavoro, attira nuovi residenti e diventa una meta turistica riconosciuta, si innesca un circolo virtuoso che rafforza l’intera comunità.”
È una frase che merita di essere letta due volte, perché racchiude una visione che non è quella della “salvaguardia del patrimonio” come conservazione museale, ma come rigenerazione economica attraverso la narrazione del valore.
L’ingresso nel circuito de I Borghi più Belli d’Italia non è un premio. È una responsabilità di comunicazione. Significa che Aiello è stata riconosciuta pubblicamente come luogo di valore — storico, culturale, paesaggistico — e con questo riconoscimento arriva l’obbligo di non tradire quella visione. La candidatura a Capitale Italiana della Cultura è parte della stessa logica: non è una competizione a livello di retorica, ma di capacità di rendere vivibile, animato, narrativamente coerente uno spazio di territorio.
Gli eventi — Aiello Divino, Pan e Casu, la valorizzazione della figura di Pietro Barbalonga come patrimonio culturale locale, le iniziative enogastronomiche, gli appuntamenti musicali — non sono decorazioni. Sono infrastrutture narrativa. Sono i meccanismi attraverso i quali un territorio racconta se stesso ai visitatori, ai potenziali nuovi residenti, a se stesso.
Migliaia di visitatori scelgono Aiello ogni estate, non perché sia stata fatta una campagna pubblicitaria internazionale — che nessun comune piccolo potrebbe permettersi — ma perché il territorio è stato trasformato in un evento narrativo continuo. Una persona che visita Aiello durante Pan e Casu non sta semplicemente mangiando; sta partecipando a una narrazione della cultura e dell’identità locale.
Questo è il modello che funziona nei borghi interni quando le risorse tradizionali di sviluppo economico (manifattura, servizi bancari, commercio nazionale) non sono disponibili.
La solitudine amministrativa e il bisogno di riconoscimento
Eppure — e questo è importante dirlo — amministrare un borgo interno calabrese rimane un atto di solitudine.
Lepore ammette senza reticenze che ci sono stati “momenti difficili”. La carenza di risorse, il peso delle responsabilità, una burocrazia sempre più complessa possono far sentire soli. Eppure non si è mai pentito della scelta fatta. Non perché sia ingenuo, ma perché ha visto i risultati concreti — ogni opera pubblica completata, ogni servizio che migliora, ogni nuova attività che apre è la conferma che il lavoro quotidiano produce risultati.
C’è una frase di Lepore che meriterebbe di essere incisa da qualche parte: “Un sindaco non può limitarsi a lavorare dietro una scrivania: deve vivere il paese, ascoltare le persone, conoscere da vicino i bisogni degli anziani, delle famiglie, dei giovani e di chi attraversa momenti di difficoltà.”
È un principio che va oltre l’amministrazione tecnica. È una descrizione della presenza territoriale come forma di ascolto. Non è cosa che si misura, non è cosa che si quantifica in una relazione al consiglio regionale. Ma è la base sulla quale si costruisce legittimità amministrativa.
Questo è il momento, però, in cui la riflessione deve ampliarsi. Lepore apre una domanda che riguarda tutta la classe amministrativa del Mezzogiorno: “I Comuni rappresentano il primo presidio dello Stato sul territorio, ma troppo spesso operano con risorse limitate, personale insufficiente e competenze sempre più estese. I sindaci non possono essere lasciati soli: servono risorse certe, semplificazione amministrativa e una programmazione stabile.”
Non è una rivendicazione retorica. È una descrizione della realtà amministrativa. Se i Comuni sono il livello di governo più vicino ai cittadini, perché sono stati gli ultimi a ricevere risorse? Perché la semplificazione amministrativa, ancora oggi, rimane una promessa mai mantenuta?
Il riconoscimento di una risorsa, non di un problema
L’incontro tra i sindaci calabresi promosso da LaC a Falerna ha ribadito un concetto che rischia di scomparire dalla narrazione nazionale: i piccoli comuni non sono un problema da risolvere, ma una risorsa da rigenerare.
È una distinzione fondamentale. Un “problema” richiede una soluzione esterna, una decisione calata dall’alto. Una “risorsa” richiede investimento, attenzione, una riconfigurazione della programmazione nazionale che parta dal presupposto che il futuro demografico, economico, culturale del Sud Italia passa attraverso i borghi interni, non nonostante loro.
Lepore lo dice chiaramente: “Oggi i sindaci dei piccoli comuni sono chiamati a essere non soltanto amministratori, ma anche ambasciatori dei propri territori.” Non è retorica. È il racconto di un’evoluzione dei compiti amministrativi che nessuna legge ha formalizzato, ma che la realtà materiale ha imposto.
Rappresentare un paese con una storia secolare, un patrimonio artistico e culturale straordinario e una forte identità richiede non soltanto competenze amministrative, ma anche capacità narrativa, visione strategica di medio-lungo periodo, capacità di costruire alleanze istituzionali e culturali.
È faticoso. È una scelta che richiede dedizione. È una missione che per molti rimanrebbe invisibile — non genera titoli sui giornali nazionali, non produce statistiche che impressionano i ministeri. Ma genera risultati concreti: giovani che restano, persone che tornano, nuove famiglie che scelgono di vivere in territori che tutti davano per perduti.
La prossima generazione di comuni
Quello che emerge da Aiello Calabro, e che vale per tutti i borghi interni calabresi, è che la resistenza consapevole non è una posizione passiva davanti al declino, ma un’azione progettuale che trasforma il limite in opportunità.
Non è una soluzione che si può replicare meccanicamente da un paese all’altro. Ogni territorio ha la sua storia, le sue risorse, le sue possibilità. Ma il metodo — ascoltare il territorio, creare spazi amministrativi per l’iniziativa economica locale, trasformare il patrimonio storico e culturale in narrazione continuativa, costruire legittimità attraverso la presenza e il servizio — questo metodo è universale.
La domanda che rimane aperta è questa: quanti comuni calabresi hanno una classe amministrativa capace di questa visione? Quanti sindaci hanno ricevuto le risorse, il riconoscimento, il supporto istituzionale che meriterebbero?
Per ora, sappiamo che Aiello Calabro ha scelto di non scappare. Ha scelto di restare, di amministrare con rigore, di trasformare il proprio territorio in una narrazione di futuro. E da quella scelta, migliaia di persone ogni estate tornano, visitano, investono, restano.
Non è poco. In un Mezzogiorno che ha ricevuto il messaggio, per decenni, che il suo futuro era altrove, è rivoluzionario.

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