Le favole della buonanotte, al Sud, a volte cominciavano con un rifiuto. Un bambino chiedeva una storia, e la madre rispondeva con una filastrocca:
«C’era nu viecchiu chi cusìa nu saccu viecchiu, ogni tantu minava nu puntu… statte cittu ca mo t’a cuntu!»
C’era un vecchio che cuciva un sacco vecchio, ogni tanto dava un punto. Stai zitto, che adesso te la racconto.
E non la raccontava. Il vecchio dava un altro punto, la filastrocca ricominciava, il bambino aspettava. Era un gioco, e insieme un modo di prendere tempo. La sera era lunga, il lavoro non era finito, e una storia vera costava più fiato di quanto ne restasse.
Una storia fatta per non finire
Di questa filastrocca ci colpisce la costruzione. Ha un personaggio, un gesto, una promessa. Le manca soltanto il seguito. È una fiaba ridotta alla soglia, ferma un attimo prima di cominciare.
Chi l’ha sentita da piccolo ricorda soprattutto l’attesa. Il direttore di queste pagine, Clemente E. Aiello, la sentiva da sua madre nelle sere d’inverno in Calabria. Per anni si è chiesto che cosa avrebbe detto quel vecchio, se qualcuno lo avesse lasciato parlare.
Favole della buonanotte nate da un punto di cucito
La risposta è diventata un libro: quaranta favole della buonanotte per bambini dai tre ai sei anni, ciascuna con una tavola da colorare.
Il vecchio ora è un sarto. Siede sulla soglia della bottega, in un paese dove la sera le lanterne si accendono una dopo l’altra. Le lumache gli portano il filo. A ogni punto che dà al sacco racconta: di un gatto che conta le finestre accese finché non resta che la luna, di una civetta che non sa fare «uh», di un lampione che ha sonno.
La più lenta delle lumache si chiama Nina. Il sarto la presenta così: «È la più lenta di tutte. Ed è per questo che vede tutto».
Noi, che della lentezza abbiamo fatto un mestiere, in quella frase ci siamo riconosciuti.
Il sacco non è ancora ricucito
Chi ci legge sa da dove viene il nome di queste pagine. Il Sarto delle Lumache è nato per raccontare il Sud che cambia, quello di oggi, con il passo di chi cuce. Un punto alla volta, senza fretta, perché le storie vere hanno bisogno di tempo per venire fuori. Il sarto è sempre stato il nostro emblema, ma finora non aveva mai parlato.
Adesso parla. Il libro si intitola come noi, Il Sarto delle Lumache, e lo diciamo apertamente: è un libro di casa. Lo stesso sarto che ogni settimana ricuce le storie dei borghi, la sera si siede sulla soglia e racconta favole ai bambini.
Ce ne occupiamo per quello che fa. Prende un frammento di oralità che stava scomparendo insieme alle madri che lo recitavano. Lo consegna a bambini che non lo hanno mai sentito, a Lamezia come a Milano, a Brescia, a Zurigo. E lo consegna intero, in dialetto.
La dedica dice: «Questo libro è per i bambini che aspettano una storia. E per mia madre, che me ne ha lasciata una senza fine».
Una filastrocca nata per rimandare è arrivata fino a qui proprio perché non finiva. Il vecchio continua a cucire. Adesso, a ogni punto, racconta.
La redazione del Sarto delle Lumache
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