Rosina Macchione – La custode di Nocera Marina

Rosina Macchione, detta Rosina Balla Balla, con la sua carriola per i vicoli di Nocera Marina in costume calabrese

Abbiamo raccontato di chi è partito dal borgo e ha conquistato il mondo. Il figlio del sarto che con la libretta del padre è diventato avvocato negli Stati Uniti. Il professore universitario cresciuto in una contrada che non trovate su Google Maps. Storie di ascesa, di talento che esplode lontano da dove è nato.

Oggi raccontiamo qualcuno che nel borgo era rimasta. E che nel borgo era, diciamolo, l’ultima. Quella strana. Quella con la carriola carica di oggetti raccolti per strada, il costume che nessuno portava più, le scarpe consumate sui selciati.

Quella che qualcuno guardava con sufficienza, qualcun altro con fastidio, e pochi — pochi davvero — si fermavano ad ascoltare. Quei pochi capivano che dentro quella carriola, dentro quel costume, dentro quella voce che non si fermava mai, c’era qualcosa che il borgo stava perdendo senza accorgersene.

Oggi raccontiamo Rosina Maballo.

La carriola sul selciato

C’è un’estate che non dimentico. Mia figlia Silvia frequentava la scuola guida a Nocera Marina, frazione di Nocera Terinese, e io l’aspettavo fuori, seduto nel piccolo parco di Viale Stazione, quello con le panchine all’ombra e i bambini che giocano. Aspettavo e guardavo il borgo scorrere lento, come sanno fare i borghi quando il sole è alto e non c’è fretta di niente.

Poi arrivava lei.

La sentivi prima di vederla — il cigolio della carriola sul selciato, il rumore secco delle ruote tra le pietre. Rosina Macchione, che tutti a Nocera Marina chiamavano Rosina Maballo, spingeva davanti a sé un mondo intero. Nella carriola c’era di tutto: piatti fioriti, barattoli arrugginiti, cesti di vimini, una bambola di ceramica, oggetti senza nome che solo lei sapeva cosa erano e a cosa servivano.

Una sola non va bene

Arrivava, parcheggiava la carriola con la naturalezza di chi parcheggia un’automobile, si sedeva accanto a me e attaccava bottone.

Di dove siete? Rispondo. Che fate? Rispondo. Quante figlie avete?

Una.

Pausa. Uno sguardo che valutava. Poi la sentenza, senza appello: Una sola non va bene. Una sola non va bene.

Non c’era giudizio cattivo in quelle parole. C’era la saggezza diretta di chi ha vissuto abbastanza da non perdere tempo con i giri di parole. Rosina parlava come respirava — continuo, necessario, senza filtri. Raccontava la sua vita a chiunque si fermasse ad ascoltarla: il marito, i figli sparsi, la casa grande che aveva custodito per quarant’anni, le terre del Marchesino De Luca che una volta coprivano tutta la vallata, i lavori fatti — cuoca per quindici anni, poi altro, poi altro ancora. Una vita intera portata in giro su una carriola, offerta al primo che si sedesse accanto a lei all’ombra di un parco.

Il costume che nessuno portava più

Vestiva in costume calabrese — il grembiule fiorito, la gonna rossa con il bordo bianco, il berretto calato sulla testa di capelli bianchi. La pacchiana, come si chiamava un tempo. Un abito che le generazioni successive avevano dismesso pezzo per pezzo, sostituito con altro, dimenticato.

Lei no. Lei lo portava ogni giorno, per le strade di Nocera Marina, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E forse per lei lo era.

Prima della carriola

Quella che abbiamo visto noi, all’ombra del parco, era l’ultima Rosina. Dopo l’uscita di questo racconto, Antonio Coltellaro ci ha scritto per restituirci la prima, quella che il paese ha conosciuto per decenni. E ha ragione: senza di lei il ritratto era a metà.

Rosina lavorava nei campi dai quattordici anni. Partiva di primo mattino per la raccolta delle olive nel reggino e rientrava col buio, e a casa l’aspettavano il maiale, le galline, i conigli. È stata colona sulle terre dei notabili della zona, cuoca in alcuni ristoranti, tra cui il San Giovanni, donna delle pulizie nelle case dei noceresi e nei villaggi del Golfo e di Nuova Temesa. Spesso più lavori nella stessa giornata. Sapeva cucire.

In casa non perdeva tempo: sottaceti e, nella stagione, la salsa e il vino. Sul terreno ereditato dal padre coltivava ogni ben di Dio. Anche allora spingeva una carriola, ma per portare a casa i frutti della terra. Camminava per chilometri, nelle campagne intorno, a raccogliere origano ed erbe spontanee.

Non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva un’intelligenza rara, capace di sbrogliare le situazioni più difficili. Non sopportava i pigri. Nessuno usciva a mani vuote dalla sua casa. E diceva che, in un’altra vita, avrebbe rifatto tutto uguale.

La sua soddisfazione più grande era questa: partita dal nulla, aveva dato una casa a figli e nipoti. E quella casa piena di oggetti, ci scrive Coltellaro, forse era la sua rivalsa sulla povertà di un tempo.

Tre tir di vita

Quando Rosina Macchione è morta, nel giugno del 2026, per svuotare la sua casa ci sono voluti tre grandi camion. Tre tir carichi di oggetti, di cose raccolte in decenni di vita, di tutto quello che aveva trovato per strada, custodito, tenuto. Come se ogni cosa abbandonata meritasse di essere salvata. Come se il mondo attorno a lei buttasse via troppo in fretta e lei fosse lì a raccogliere i cocci.

Non era una professoressa universitaria. Non era partita per conquistare il mondo e tornare con una laurea americana in tasca.

Rosina non era andata da nessuna parte. Era rimasta. Aveva spinto la sua carriola per i vicoli di pietra del borgo, si era seduta sui banchi del parco, aveva giudicato chi faceva un figlio solo e consolato chi ne aveva troppi. Aveva custodito oggetti, storie, un costume che nessuno portava più.

In un Sud che svuota, che parte, che dimentica, Rosina Maballo era rimasta — radicata come un albero vecchio, e mai ferma, come una carriola sul selciato.

Una sola non va bene, diceva. Aveva ragione, probabilmente. Ma soprattutto aveva qualcosa di raro: la certezza assoluta di sé, in un tempo che quella certezza l’ha persa da un pezzo.

Porta il Sarto delle Lumache sul telefono.
Un racconto a settimana, sempre con te. Dal telefono, apri l'app e tocca il banner per installarla.
Scarica l'app sul tuo telefonino →
Avatar photo
Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 101 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

2 Commenti

  1. Sì, è vero, Rosina negli ultimi tempi si comportava così: girava con una carriola, raccoglieva di tutto e aveva le sue manie. Ricordarla però in questo modo significa dare un’immagine parziale e distorta della sua persona. Prima di quest’ultimo periodo c’era stata una lunga vita interamente dedicata al lavoro e alla famiglia; un periodo di grandi sacrifici e d’impegno continuo per sollevarsi dalla miseria da cui era partita. Sin dai quattordici anni aveva lavorato nei campi e poi c’era stato un susseguirsi di lavori diversi spesso nella stessa giornata. Lavorava come raccoglitrice d’olive nella provincia di Reggio. Partiva di primo mattino e rientrava al buio di sera. Al ritorno provvedeva a dare da mangiare al maiale e agli altri animali che allevava: galline e conigli. Per un lungo periodo è stata occupata come colona nei terreni dei notabili della zona. Ha lavorato come cuoca in alcuni ristoranti della zona (tra cui il San Giovanni). Sapeva cucire. Per diverso tempo ha fatto le pulizie nelle case dei noceresi e nei villaggi del Golfo e Nuova Temesa. In casa non perdeva il suo tempo: preparava sottaceti vari e, quando era la stagione, la salsa ed il vino. Aveva anche un suo terreno, ereditato dal padre, dove produceva ogni ben di Dio. Anche allora spingeva la carriola, ma per portare i prodotti della terra a casa. Percorreva chilometri a piedi e si spostava velocemente nelle campagne della zona per raccogliere origano e verdure spontanee. Dotata di una grande generosità non faceva mai uscire il visitatore o visitatrice a mani vuote dalla sua sua casa. Sì, quella casa sembrava un bazar, ma, forse, possedere tante oggetti era per lei una rivalsa per la povertà di un tempo. Soleva dire che amava il lavoro e che, in un’altra possibile vita, le sarebbe piaciuto rifare le stesse cose. Non sopportava i pigri e i vagabondi. Non sapeva né leggere né scrivere, ma era dotata di un’intelligenza rara, capace affrontare e risolvere le situazioni più difficili. La sua più grande soddisfazione era che, partita dal nulla, era riuscita a dare un appartamento a figli e nipoti e di averli potuto aiutare nella vita e nel lavoro. In tutto e per tutto una donna d’altri tempi.

    • Grazie, Antonio. Noi abbiamo conosciuto Rosina all’ombra di un parco, negli ultimi anni. Lei ci ha restituito tutto quello che c’era prima: i campi a quattordici anni, le olive, la cucina, la terra del padre, una casa costruita dal nulla per figli e nipoti. Aveva ragione a non sopportare i pigri: la sua carriola, per una vita intera, era piena di lavoro. Il Sarto cuce storie, e questa ora è più intera: abbiamo aggiunto al racconto il filo che ci ha dato. Grazie.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*