C’è un bambino, a San Nicola da Crissa, nelle Serre vibonesi, che aspetta un padre di cui non ricorda la faccia. È nato nel 1950. Il padre è partito per Toronto quando lui aveva poco più di un anno. Tornerà quando ne avrà otto.
Quel bambino si chiama Vito Teti. Da grande diventerà l’antropologo che ha dato un nome a una cosa che al Sud facevamo da sempre senza saperla dire: la restanza.
Oggi, però, non raccontiamo il professore. Lo hanno fatto in tanti, e bene. Raccontiamo il bambino. Perché è lì che quella parola è nata, molto prima di finire in un libro.
Un paese con due indirizzi
Negli anni Cinquanta da San Nicola non partiva una persona. Partiva un paese. Prima i padri, poi le mogli, poi i figli. Famiglie intere, i compagni di scuola, gli amici di gioco. La destinazione era quasi sempre la stessa: Toronto, Canada.
Teti lo ha scritto più volte: il suo paese e Toronto erano diventati lo stesso luogo, in due posti diversi. Chi restava a San Nicola aveva mezzo cuore in Ontario. Chi stava a Toronto viveva ancora, ogni giorno, a San Nicola.
Suo padre abitava al 245 di Lisgar Street. La chiamavano la casa dei trentatré pani: ogni mattina passava un furgone e lasciava un panetto per ciascuno dei trentatré inquilini. Trentatré uomini, trentatré pani, un solo paese lontano.
Noi immaginiamo quel furgone. E immaginiamo, dall’altra parte dell’oceano, un bambino che quel pane non l’ha mai visto.
«Non hai rigettu»
Il bambino cresce con le donne di casa. Con la madre, che gli racconta del nonno partito con i suoi fratelli per gli Stati Uniti. Storie di fatica, di avventure, di conquiste.
E che gli ripete una frase, in dialetto: Non hai rigettu. Non hai quiete. Non ti fermi mai.
Teti ha raccontato che quella inquietudine gli viene dalle figure erranti della sua infanzia. Stagnini, ambulanti, viandanti, asini carichi. E soprattutto dalle partenze. Un bambino che vede partire tutti non impara a stare fermo. Impara a guardare.
Vito Teti e la restanza: una parola nata da un’assenza
Poi il bambino cresce. E parte anche lui. Roma, Catanzaro, Messina, Parigi, Cosenza. Insegna antropologia culturale all’Università della Calabria, dove fonda un centro dedicato alle antropologie e alle letterature del Mediterraneo.
Da adulto va a Toronto, a cercare i luoghi del padre. Fotografa gli emigrati calabresi in Canada: quelle immagini, dal 1985, sono esposte in modo permanente al Museo civico di Rende. Per la radio racconta i paesani divisi tra la Calabria e Toronto.
E torna. Oggi vive nella casa in cui è nato.
Da questa strada, avanti e indietro, viene la parola. La restanza esce da Einaudi nel 2022 e comincia da un’idea semplice: partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità. L’Accademia della Crusca la registra come l’atteggiamento di chi rimane nella propria terra d’origine nonostante le difficoltà, con intenti propositivi.
Il punto è tutto in quel nonostante. La restanza non è rimanere perché non si è potuti partire. Non è nostalgia. È una scelta che si rinnova ogni mattina, in paesi dove le case vuote si contano più in fretta di quelle abitate.
Chi resta non sta fermo
Qui la rubrica ritrova i suoi fili.
Abbiamo raccontato chi è partito e ha tenuto il filo con casa, nel battito lontano di Scopamisi. Chi, figlio di emigranti, è arrivato fino al lancio dell’Apollo 11, come Rocco Petrone da Sasso di Castalda. Chi è tornato apposta, come Bruno Garisto a Vallelonga, a pochi chilometri da San Nicola, nelle stesse Serre.
Teti è quello che ha dato un nome a tutti loro. Perché la restanza non esiste senza la partenza. Sono le due metà della stessa stoffa, cucite dallo stesso ago.
Non è nemmeno la scelta di Franco Arminio, il paesologo che non è mai partito da Bisaccia. Teti è partito, ha viaggiato, è tornato. Il viaggio, per lui, è l’altro volto del restare.
E non è la restanza silenziosa di Rosina Maballo, la custode di Nocera Marina, che per una vita ha lavorato la terra e poi ha raccolto quello che il paese buttava. Sono modi diversi di restare. Tutti veri.
E c’è un altro filo, più sottile: quello dell’attesa. Anche a Martirano, nel 1945, c’era una bambina che aspettava qualcuno, e una frase che le promettevano ogni giorno: oggi viene la tua mamma a prenderti. I paesi del Sud sono pieni di bambini che hanno aspettato.
Tutte e due le cose insieme
Teti non fa sconti alla sua terra. A chi vorrebbe sentir raccontare solo la Calabria bella, ospitale, piena di risorse, risponde che lo è davvero. Ma che è anche l’altra, quella del malessere. Tutte e due le cose, nello stesso momento. È anche il nostro patto: niente cartoline, niente lamenti.
San Nicola da Crissa oggi conta poco più di mille abitanti. Le rughe, i vicoli, sono spesso silenziose. Molte case aspettano qualcuno, come aspettava quel bambino.
Ma in una di quelle case la luce è ancora accesa. Ci vive un uomo nato lì nel 1950, che ha visto partire il suo paese e non ne ha chiuso la porta. Ha scritto libri, ha girato il mondo, ha regalato all’italiano una parola nuova.
E forse, qualche sera, ripensa a un furgone che a Toronto lasciava trentatré pani davanti a una porta. Uno era per suo padre.
Restare, ci ha insegnato, non vuol dire stare fermi. Vuol dire tenere il posto a chi è partito.
Chi è Vito Teti — Nato a San Nicola da Crissa (Vibo Valentia) nel 1950, antropologo, ha insegnato antropologia culturale all’Università della Calabria. Studia l’emigrazione, i paesi abbandonati, la cultura dell’alimentazione nel Mezzogiorno. Tra i suoi libri Il senso dei luoghi, Quel che resta e La restanza. Per approfondire: la sua scheda biografica.
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