La vendemmia in Calabria, nei borghi, non si annuncia. Ce ne accorgiamo prima con il naso che con gli occhi. Un pomeriggio di ottobre, nei vicoli, l’aria cambia. È un odore dolce e un po’ aspro, che sale dai portoni lasciati aperti e dalle scale che scendono sotto le case. È il mosto. In paese stanno facendo il vino.
Nessuno lo dice in piazza. Lo si sa e basta, come si sa quando sta per piovere.
La vendemmia in Calabria come cucitura di famiglia
Una vigna di paese non è un’azienda. Sono tre, quattro filari su un terrazzamento, ereditati da un padre che li aveva ereditati dal suo. A volte sono un pezzo di terra più in basso, raggiungibile con una mulattiera che solo gli anziani percorrono senza pensarci.
Da noi la vendemmia segue il calendario delle famiglie, non quello delle cantine. Si aspetta il sabato, perché il sabato tornano i figli. Arrivano da Lamezia, da Cosenza, da Catanzaro, con le scarpe sbagliate e la voglia giusta. È lo stesso ritorno che d’estate rende il paese di nuovo intero, solo più piccolo, più stanco, più vero. I padri sono in vigna dalle sette. I figli arrivano alle nove e si sentono dire, ogni anno, che ormai è tardi.
Ogni filare è un punto della stessa cucitura. Si taglia il grappolo, si riempie la cassetta, la cassetta passa di mano in mano fino alla strada. Nessuno lavora da solo, perché una vigna vendemmiata da una persona sola non è una vendemmia: è fatica e basta.
Il catoio: la stanza sotto la casa
Il vino si fa giù, nel catoio, la stanza al piano terra che per mesi custodisce attrezzi, sacchi e silenzio. A ottobre torna a essere ciò per cui era nata.
Il lavoro comincia giorni prima. Le botti vengono lavate e riempite d’acqua, perché il legno si gonfi e smetta di perdere. Poi dentro si bruciano le micce di zolfo, e quell’odore resta nei vestiti per un pomeriggio intero. Sono gesti che nessuno ha mai scritto da nessuna parte. Si imparano guardando, con le mani, come ogni mestiere che passa da una generazione all’altra.
Un tempo l’uva si pigiava con i piedi, nei tini. E più indietro ancora si pigiava all’aperto, vicino alle vigne, nei palmenti: vasche scavate direttamente nella roccia, collegate da un canale di scolo. Solo nella Locride, tra Bruzzano e il torrente Bonamico, ne sono stati censiti circa settecentocinquanta, come documenta lo studio di Orlando Sculli. La Calabria faceva il vino quando ancora non si chiamava Calabria.
Oggi la pigiadiraspatrice elettrica ha preso il posto dei piedi. Spesso ce n’è una per vicinato, e gira di casa in casa: oggi da uno, domani dall’altro. Anche la macchina, da noi, passa di mano come il mestiere.
Il torchio, dove finisce la vendemmia
Dopo qualche giorno di bollitura si svina. Il vino scende nelle botti, e quello che resta, le vinacce, va nel torchio. È l’ultimo atto, e il più fisico. Le mani affondano nella massa scura, la sistemano intorno alla grande vite d’acciaio, la pressano perché non sfugga nulla. Escono macchiate di viola fino al polso, e per giorni nessun sapone basta a pulirle.
Dal torchio cola un vino più scuro, più ruvido, che qualcuno tiene da parte e qualcuno mescola al resto. Ogni famiglia ha la sua regola, e ogni famiglia è convinta che la propria sia quella giusta.
Chi fa ancora il vino in casa, e perché
Sarebbe facile raccontare tutto questo come una cartolina. Ma non lo è.
Le vigne di paese si stanno assottigliando. Ogni anno qualche filare non viene più potato, qualche terrazzamento cede, qualche catoio resta chiuso anche a ottobre. Chi fa ancora il vino in casa ha quasi sempre i capelli bianchi. Il vino che esce da quelle botti non si vende e non ha etichetta: si beve, si regala, si porta ai figli in città dentro le bottiglie d’acqua riciclate.
Allora perché continuano? Non è per risparmiare. Fatti i conti di tempo, fatica e gasolio, conviene comprarlo. Continuano perché quella vigna è l’ultimo filo che tiene insieme il padre e il figlio una volta l’anno, nello stesso posto, a fare la stessa cosa. Il figlio che durante l’anno vive altrove, a ottobre torna a sapere dove sta la vigna, come si lava una botte, quando si svina.
E qualcosa, in qualche borgo, si muove nel verso opposto. Ci sono giovani che tornano e riprendono le vigne dei nonni, studiano enologia, recuperano vitigni che sembravano perduti. Il vino di casa e il vino in bottiglia non sono nemici. Il secondo, spesso, è nato dal primo.
A San Martino ogni mosto è vino
C’è un proverbio che in Calabria conoscono tutti: a San Martinu ogni mustu è vinu. L’11 novembre si apre la botte e si assaggia. Il giudizio è sempre lo stesso: quest’anno è venuto meglio. Lo si dice anche quando non è vero, perché il vino di casa non si giudica come un prodotto. Si giudica come un anno passato insieme.
Fino a quel giorno resta l’attesa. Il mosto bolle nelle botti, il catoio respira, e chi passa per il vicolo se ne accorge prima con il naso che con gli occhi.
Il paese, a ottobre, sa di mosto. E finché saprà di mosto, vorrà dire che qualcuno è ancora tornato a vendemmiare.
Se queste storie ti somigliano, segui il canale WhatsApp del Sarto delle Lumache: iscriviti qui.
Un racconto a settimana, sempre con te. Dal telefono, apri l'app e tocca il banner per installarla.
Scarica l'app sul tuo telefonino →

Commenta per primo