Settembre ha il suo odore preciso: carta nuova, gomme da cancellare, zaini appena comprati con quella cerniera che cigola. È l’odore di un inizio, e in Calabria — come ovunque — arriva puntuale ogni anno, con la sua promessa di banchi e lavagne.
Ma quest’anno, in Calabria, qualcosa è diverso. O meglio: qualcosa manca.
Mancano 4.606 studenti. È questo il saldo negativo delle iscrizioni per l’anno scolastico 2026/2027, documentato dalla Cisl Scuola Calabria. Un numero che racconta lo spopolamento delle aule prima ancora di raccontare quello dei paesi.
Meno bambini.
Meno ragazzi.
Meno voci nei corridoi.
E, lentamente, meno futuro nei piccoli centri.
I numeri, provincia per provincia
Il calo colpisce l’intera regione, ma con proporzioni diverse. Cosenza guida la classifica con 1.757 studenti in meno; Reggio Calabria segue con 1.501 unità. Catanzaro perde 630 iscritti, Vibo Valentia 387, Crotone 331.
Non si tratta di variazioni fisiologiche. È un calo strutturale, che si accumula anno dopo anno, e che in alcune province comincia a farsi sentire anche nelle aule: meno classi, meno insegnanti, meno risorse.
La Cisl Scuola segnala che per il 2026/2027 sono previste 55 cattedre di potenziamento in meno. Eppure, in paradossale contraddizione, gli studenti con disabilità sono aumentati di 895 unità, rendendo ancora più delicata la gestione dell’offerta formativa.
Il segretario generale Raffaele Vitale lo dice senza giri di parole: «È una scelta che non può essere accettata come automatica conseguenza del calo degli studenti, perché il potenziamento svolge una funzione essenziale nella progettazione didattica, nel recupero, nel sostegno agli alunni e nell’ampliamento delle opportunità educative.»
Non è un problema calabrese. Ma in Calabria è più grave.
Il calo demografico nelle scuole è un fenomeno nazionale. Tra il 2017 e il 2023, la popolazione scolastica nel Mezzogiorno è diminuita del 9%, il doppio rispetto al Centro-Nord, dove il calo si attesta al 4%. Il Molise ha perso circa il 30% degli alunni, la Basilicata il 18%, la Puglia il 16%.
A livello nazionale, per il 2025/26 il Ministero prevede un calo di circa 134.000 studenti, con la popolazione scolastica che scenderà sotto i 6,8 milioni. Se le tendenze persistono, entro il 2035 si potrebbe arrivare a una perdita di quasi 1,4 milioni di studenti tra i 5 e i 14 anni.
Ma ciò che nel resto d’Italia è un problema serio, in Calabria diventa emergenza. Perché in Calabria ci sono i borghi. Ci sono i paesi dell’entroterra dove la scuola non è soltanto un edificio scolastico: è spesso l’unico presidio pubblico rimasto. La sola istituzione che ogni mattina giustifica la presenza dello Stato in quei luoghi. Lo avevamo già raccontato parlando delle pluriclassi e delle piccole scuole del Sud: quelle aule non sono un ripiego, sono un sistema di sopravvivenza.
Quando chiude una scuola, non chiude soltanto una scuola
C’è una dinamica che chi vive nei piccoli centri conosce bene, ma che raramente viene descritta con la chiarezza che merita.
Quando una scuola chiude o viene accorpata — per effetto del cosiddetto dimensionamento scolastico — quella comunità perde qualcosa di difficile da quantificare. Non solo le ore di lezione. Perde un motivo per restare.
Una famiglia con figli che deve fare ogni mattina trenta chilometri su strade di montagna per portare il bambino a scuola comincerà, prima o poi, a farsi la domanda. Non sempre ad alta voce. Ma se la farà: ha ancora senso vivere qui?
Ed è così che si chiude il circolo. Meno nascite producono meno studenti. Meno studenti portano alla chiusura delle scuole. La chiusura delle scuole riduce i servizi. La riduzione dei servizi spinge le famiglie ad andarsene. E chi se ne va difficilmente torna a fare figli in quei paesi.
È un meccanismo lento, quasi invisibile. Eppure implacabile. La stessa logica che abbiamo visto all’opera quando si smantella un acquedotto, un presidio medico, una strada. Il filo che tiene insieme i borghi calabresi si assottiglia ogni volta che lo Stato si ritira.
Il paradosso dell’edilizia scolastica
C’è qualcosa di grottesco in quello che sta accadendo. Mentre le scuole si svuotano, si continua a investire in edilizia scolastica: nuove aule, ristrutturazioni, adeguamenti sismici, fondi PNRR per edifici che tra dieci anni potrebbero non avere più nessuno da ospitare.
Non è una critica alla sicurezza degli edifici. È una critica alle priorità.
Quei soldi — milioni di euro di fondi pubblici — vengono spesi per costruire e ristrutturare contenitori. Ma il problema non è il contenitore: è che non ci sono più bambini da metterci dentro. E non ci sono bambini perché non ci sono famiglie. E non ci sono famiglie perché non ci sono motivi sufficienti per restare.
Investire in una scuola nuova in un paese che si sta spopolando senza prima investire nel ripopolamento di quel paese è come riverniciare la porta di una casa che sta per essere abbandonata.
Quello che manca — e che nessun governo ha avuto il coraggio di mettere davvero al centro — sono gli incentivi diretti alle famiglie: sostegno economico reale per chi sceglie di fare figli nei borghi, agevolazioni fiscali per chi resta o per chi torna, servizi che rendano vivibile la vita quotidiana prima ancora che quella scolastica.
Una scuola vuota non si salva con un nuovo tetto. Si salva con una famiglia che decide di restare.
La domanda che nessuno vuole fare davvero
I dati ci dicono quanto. Non ci dicono perché nessuno intervenga davvero.
Esistono politiche per il contrasto allo spopolamento. Esistono incentivi per chi si trasferisce nei borghi sotto i mille abitanti, esistono bandi PNRR, esistono fondi europei per le aree interne. Ma il calo demografico nelle scuole calabresi continua, anno dopo anno, con la precisione di un orologio che nessuno ha intenzione di fermare.
La vera domanda non è quante classi avremo domani.
È: che politiche strutturali sono state messe in campo per invertire questa tendenza? Non per tamponarla. Per invertirla.
Finché non si risponde a questa domanda con fatti e non con convegni, la campanella di settembre suonerà ogni anno un po’ più vuota. Finché, in qualche paese dell’entroterra calabrese, non suonerà più.
Aggiornamento del 25 settembre 2026: sulle scuole dei paesi che si svuotano arriva ora il tetto del 30% agli alunni stranieri non italofoni nelle classi prime. Ne scriviamo in Un bambino di troppo.
Chi vive in uno di questi borghi, chi ha lasciato un paese del Sud e lo guarda da lontano, chi insegna in una scuola sempre più piccola: ha una storia da raccontare. Seguici sul canale WhatsApp del Sarto per non perderti nessuna storia.
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