Il paese senza tetti: come il terremoto del 1905 insegnò all’Italia a costruire

Veduta di Martirano Lombardo negli anni Venti: le abitazioni con tetto a terrazza piana della ricostruzione antisismica post-terremoto 1905
Martirano Lombardo negli anni Venti. I tetti a terrazza voluti dagli ingegneri lombardi resteranno fino alla rivolta del 1948, quando furono sostituiti con le tegole marsigliesi.

C’è un dettaglio che colpisce chiunque guardi una fotografia d’epoca di certi paesi calabresi ricostruiti a inizio Novecento: mancano i tetti. O meglio, mancano gli spioventi. Al loro posto, superfici piatte, terrazze, a volte coperte di terra e d’erba, come se qualcuno avesse deciso di appoggiare un prato all’ultimo piano.

A cinquecento metri di quota, dove d’inverno la neve non è un’ipotesi remota, la scelta appare quasi incomprensibile. Il tetto piatto è cosa di pianura, di climi asciutti, di luoghi dove la pioggia scivola via senza chiedere il permesso. Eppure eccoli lì, i tetti a terrazza, in cima all’Appennino calabrese.

Non fu una svista. Non fu nemmeno un’importazione distratta di modelli settentrionali trapiantati per abitudine. Fu una decisione tecnica, presa da uomini che sapevano esattamente cosa stavano facendo — e che stavano, senza saperlo del tutto, scrivendo il primo capitolo dell’ingegneria antisismica italiana moderna.

L’8 settembre 1905

Poco prima delle due del mattino la terra si mosse sotto la Calabria centrale, e la scossa devastò una fascia larghissima, da Cosenza fino a Nicotera. Le stime parlano di una magnitudo intorno a 7, un’intensità tra il decimo e l’undicesimo grado della scala Mercalli, cinquecentocinquantotto vittime. È uno degli eventi più forti della storia sismica italiana e, paradossalmente, uno dei meno conosciuti: come documenta l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, a più di un secolo di distanza l’epicentro esatto è ancora oggetto di discussione, e c’è chi lo colloca a terra e chi in mare, nel Golfo di Sant’Eufemia.

Interi centri abitati scomparvero. Non danneggiati: scomparsi. E lo Stato italiano si trovò davanti a un problema per cui non aveva risposte pronte. Il paese affrontò un’emergenza nazionale di portata enorme senza strumenti adeguati, in una fase storica in cui la politica meridionalista si affidava allo strumento della legislazione speciale a competenza territoriale per rispondere ai problemi cronici del Mezzogiorno.

Ricostruire, in quel contesto, significava improvvisare. Ma significava anche — per la prima volta — porsi una domanda tecnica precisa: come si costruisce una casa che non uccida chi ci abita quando la terra trema? Sul caso di Martirano, e su come da quelle macerie sia nato letteralmente un paese nuovo, abbiamo già scritto qui.

Una lezione già data, e già dimenticata

La domanda, in realtà, non era nuova. Nel 1783, dopo il terremoto che aveva causato trentamila vittime nella sola Calabria, Ferdinando IV di Borbone aveva avviato un programma di soccorso e ricostruzione che ancora oggi si può considerare la prima legislazione antisismica d’Italia: baracche immediate per gli sfollati, poi un’opera imponente di bonifiche, strade, case, mulini, forni, magazzini.

Era nato allora il sistema della casa baraccata: un’intelaiatura lignea annegata nella muratura, capace di assorbire le oscillazioni senza sbriciolarsi. Studi citati dal Cnr hanno confermato che gli edifici realizzati con il sistema borbonico ressero meglio ai terremoti successivi, compresi quelli del 1905 e del 1908.

Il problema è che quella lezione, nel corso dell’Ottocento, si era persa per strada. Il regolamento borbonico era finito negli archivi. Le case si costruivano come si erano sempre costruite, con muri in pietra e coperture in legno e coppi. Fu il 1905 a costringere l’Italia unita a ricominciare da capo — e a riscoprire, in parte, ciò che era già stato scoperto.

Il decreto che nessuno ricorda

La risposta normativa arrivò l’anno successivo. Il Regio Decreto n. 511 del 16 settembre 1906 fu emanato in diretta conseguenza del terremoto calabrese: il primo tentativo dello Stato italiano di codificare regole costruttive obbligatorie in funzione antisismica.

Non era ancora la normativa organica che sarebbe arrivata dopo Messina. Quella nascerà solo con il Regio Decreto n. 193 del 18 aprile 1909, le «Norme tecniche ed igieniche obbligatorie» per le riparazioni, ricostruzioni e nuove costruzioni degli edifici pubblici e privati nei luoghi colpiti dal sisma del 28 dicembre 1908. L’intero percorso — dall’emergenza ai provvedimenti legislativi fino alla normativa antisismica — è ricostruito nel volume «Calabria 8 settembre 1905: dal terremoto alla ricostruzione» del Dipartimento della Protezione Civile.

Ma il 1906 è lo spartiacque. È il momento in cui il terremoto smette di essere una fatalità e diventa un problema di ingegneria. E mentre il legislatore scriveva, in Calabria qualcuno stava già costruendo.

Tre nomi e un paese

Il piano urbanistico del nuovo centro abitato di Martirano fu affidato a ingegneri e architetti lombardi: Cesare Nava, Mario Fiazza, Augusto Broggi. Nomi che oggi non dicono nulla a quasi nessuno, e che invece meriterebbero una targa. Di Nava, in particolare, abbiamo già raccontato una scelta minore e rivelatrice: i forni di rione che progettò per ogni quartiere, uno per ciascuno, perché il pane avesse un turno e nessuno restasse indietro.

Non si limitarono a rifare le case. Ripensarono il paese secondo criteri che oggi chiameremmo di protezione civile.

Geometria a scacchiera. Isolati perfettamente rettangolari, disposti su assi regolari. Non era estetica: era la possibilità che i soccorsi arrivassero, e che un crollo non ne trascinasse con sé altri dieci.

Prototipi standardizzati. Tre tipi di abitazione, bifamiliari e plurifamiliari fino a otto nuclei. La standardizzazione come strumento di velocità e di controllo qualitativo.

Altezze tassativamente ridotte. Uno o due piani fuori terra. Mai di più. Meno massa in quota, meno inerzia, meno morti.

E i tetti?

Qui arriviamo al punto. La terrazza piana non fu una concessione al gusto settentrionale. Rispondeva a tre ragioni tecniche precise.

La prima: eliminare le spinte laterali. Un tetto a capriate lignee, durante una scossa, non si limita a oscillare: spinge. Esercita sui muri perimetrali una forza orizzontale che li apre come le pagine di un libro. Il solaio piano cancella quel vettore: il peso scarica verticalmente, e basta.

La seconda: togliere di mezzo i coppi. Nelle costruzioni tradizionali le tegole non erano fissate. Durante il sisma scivolavano lungo le falde e piovevano in strada, su chi stava scappando. Non era un dettaglio marginale: era una causa documentata di morte e ferimento.

La terza: chiudere la scatola. È il principio più elegante. Il solaio piano lega rigidamente tra loro le quattro pareti perimetrali, trasformando l’edificio in una scatola monolitica. Una scatola oscilla intera. Un edificio con i muri liberi in sommità si disarticola e collassa.

Gli ingegneri lombardi scelsero consapevolmente di sacrificare il comfort climatico — lo scolo delle acque, il carico della neve, le infiltrazioni — in cambio di una sola cosa: che la casa restasse in piedi. E che chi ci dormiva dentro potesse uscirne.

Due anni

Il resto è quasi incredibile a leggersi oggi. Grazie alla mobilitazione lombarda guidata dal sindaco di Milano Ettore Ponti, il paese fu consegnato completo: duecentosei case, la chiesa, l’asilo, l’ospedale finanziato da Busto Arsizio.

Inaugurazione: 23 ottobre 1907. Due anni dopo la catastrofe.

Nel 1929 il comune cambiò ufficialmente nome in Martirano Lombardo. Non un vezzo: un debito riconosciuto, inciso nell’anagrafe.

Cosa resta

C’è una fotografia degli anni Venti che mostra il paese dall’alto. Il cantiere è chiuso da poco più di un decennio e si vede esattamente ciò che gli ingegneri avevano disegnato: i tetti piatti, compatti, un tessuto continuo di terrazze appena inclinate per lo scolo, interrotto solo in un angolo da due coperture a coppi.

Quel modello resse una quarantina d’anni. Poi finì, e finì male.

La terrazza era fatta di tavole di legno, uno strato di catrame, venti centimetri di terra sopra. Una stratigrafia che oggi si chiamerebbe tetto verde e si venderebbe come innovazione ecologica. Ma un tetto così vive di manutenzione, e la manutenzione costa. In un paese dove nessuno aveva niente, per quarant’anni non la fece quasi nessuno. D’inverno l’acqua passava. D’estate il caldo restava dentro. E il legno sotto il catrame prendeva fuoco: l’ultima casa di via Trieste bruciò per questo.

Nel 1948 gli abitanti chiesero e ottennero un finanziamento pubblico per rifare le coperture. Il denaro c’era. I lavori non partivano: il municipio stava nell’altro abitato, la burocrazia andava per conto suo, il sindaco temporeggiava. Il paese si rivoltò. La protesta fu tanto larga da far muovere il prefetto di Catanzaro, che dovette scendere a capire perché un intero centro abitato fosse sceso in strada per una questione di tetti.

Vinsero. Le terrazze furono sostituite con le tegole marsigliesi — il lavoro fu del costruttore Ernesto Belfiore — e quelle tegole rosse sono ancora lì.

Non fu un tradimento della lezione del 1905. Fu un’altra decisione tecnica, presa da altri uomini, con un’altra urgenza: la prima serviva a non morire sotto le macerie, la seconda a non vivere sotto l’acqua. Nessuna delle due sbagliata. Che poi il paese abbia dovuto rivoltarsi per ottenere ciò che gli era già stato concesso è un’altra storia ancora: l’abbiamo raccontata qui, dalla viva voce di chi c’era.

Oggi la parola ricostruzione evoca cantieri fermi, commissioni, container che diventano permanenti. Vale la pena ricordare che c’è stato un momento, in questo paese, in cui davanti alle macerie qualcuno si è messo a disegnare — e in due anni un paese intero era in piedi.

Con i tetti sbagliati per il clima. E giusti per la terra che trema.


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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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