Quattrocento paesi, una sola bolletta: l’acqua che i borghi calabresi non hanno più

ACQUA
acqua in Calabria

Cominciamo da una fontana, nei borghi calabresi. Poi allarghiamo.

A Martirano Lombardo l’acqua arriva da una sorgente che sta più in alto e scende per la sola forza della pendenza. Non ha bisogno di pompe né di permessi. Ha avuto bisogno, per oltre un secolo, di uomini che sapevano quale condotta perdeva d’inverno e chi chiamare quando in via alta la pressione calava.

Ora smettiamo di parlare di Martirano Lombardo.

Perché quella fontana ce l’ha anche San Mango d’Aquino. E Conflenti. E Motta Santa Lucia. E Sellia, e Cropani, e Zagarise, e Taverna. Ogni paese calabrese arroccato dove è arroccato lo è per una ragione sola, la stessa da mille anni: perché lì c’era l’acqua.

Non è folklore. È la ragione fondativa dell’insediamento. Prima della chiesa, prima della piazza, prima del castello: la sorgente. I nostri borghi non stanno in alto per la vista. Stanno in alto perché l’acqua nasce in alto, e chi controllava la sorgente controllava la possibilità stessa di restare.

Questo è ciò che è stato trasferito.

Il documento che ci riguarda tutti

Nel testo che ha giustificato la riforma idrica calabrese c’è una frase che non nomina nessun paese e li nomina tutti. Dice che il sistema fondato su una pluralità polverizzata di gestori in economia era divenuto insostenibile, con dinamiche particolarmente gravose per le piccole realtà comunali, e ricorda che dei 404 Comuni calabresi oltre la metà sta sotto i duemila abitanti.

Andiamo piano su questa frase, perché merita.

“Polverizzata.” Descrive esattamente la stessa cosa che a Sellia si chiama l’acquedotto di Sellia e a Cropani l’acquedotto di Cropani. Dall’alto: pulviscolo. Da dentro: la ragione per cui in paese c’è ancora l’acqua.

“Oltre la metà sotto i duemila abitanti.” In quel documento non è una descrizione. È una diagnosi. Essere piccoli viene registrato come una patologia amministrativa da correggere.

E allora vale la pena dirlo per intero: duecento e più comunità calabresi sono state dichiarate incapaci di gestire la propria acqua non per quello che avevano fatto, ma per quanti erano rimasti.

Lo spopolamento, che questi paesi subiscono da settant’anni, è diventato il titolo giuridico per togliere loro l’ultima cosa che possedevano davvero. Prima ti svuotano. Poi, siccome sei vuoto, non sei più idoneo.

Nessuno ha potuto dire di no

Va detto con precisione, perché sbagliare bersaglio qui sarebbe grave: i sindaci non hanno scelto.

La Regione ha istituito Arrical, l’Autorità rifiuti e risorse idriche della Calabria, e ha individuato Sorical come gestore unico del Servizio Idrico Integrato. I Comuni sono tutti obbligati per legge ad aderire, e per quelli che non aderiscono spontaneamente il commissario ha dichiarato di essere costretto a procedere al commissariamento. La legge regionale impone il trasferimento degli acquedotti comunali.

Molti hanno provato lo stesso. Sindaci calabresi hanno annunciato ricorso al TAR, contestando che il gestore unico potesse subentrare solo in alcuni pezzi del sistema — la bollettazione — lasciando ai Comuni il resto. La norma è arrivata davanti alla Corte con un profilo di incostituzionalità nella parte che prevede il subentro immediato nella riscossione della tariffa, per violazione dell’autonomia finanziaria degli enti locali garantita dall’articolo 119 della Costituzione.

Il meccanismo contestato è elementare: Sorical incassa subito la tariffa, ma nella transizione le spese del servizio restano ai Comuni. Chi riscuote non spende. Chi spende non riscuote.

Il sindaco di un paese di milleottocento abitanti non è complice di questa storia. È il secondo espropriato.

Il conto arriva a tutti uguale

Arrical ha approvato il nuovo metodo tariffario MTI-4, valido dal 2024 al 2029, in sostituzione del precedente MTI-3.

Dove è già a regime si vede cosa significa. Nel Crotonese la tariffa agevolata dell’acquedotto è rincarata del 154%, con la quota fissa annuale passata da poco più di 33 euro a quasi 83. A Crotone una consigliera comunale di maggioranza — dello stesso schieramento di chi ha voluto la riforma — ha denunciato aumenti del 130% definendoli sproporzionati. Sono arrivati conguagli retroattivi fino al 2024 e qualche errore, come residenti fatturati da non residenti con tutti i sovrapprezzi del caso.

Qui sta il punto che tiene insieme tutta la vicenda.

La tariffa è regionale. Uguale per tutti. Il paese che ha la sorgente in testa e l’acqua che scende per gravità paga come il paese che l’acqua deve farsela arrivare da settanta chilometri, sollevata da pompe, lungo una rete che perde. Cropani paga per Crotone. Motta paga per la piana. Il patrimonio idrico di duecento borghi montani è diventato il capitale circolante di un sistema regionale in difficoltà.

Si chiama solidarietà se lo si decide insieme. Si chiama diversamente se ci si arriva per obbligo di legge.

E poi il foglio delle sanzioni

Adesso circola l’avviso sulla regolazione della morosità. Sollecito dopo dieci giorni, dieci euro. Costituzione in mora dopo venticinque, altri dieci. Limitazione settantacinque, sospensione settantacinque, riattivazione sessantacinque. Interessi al tasso BCE più 3,5%.

Il Sarto non pubblica accuse comode, quindi va detto: quelle regole non le ha scritte Sorical. Sono la disciplina nazionale ARERA sulla morosità nel servizio idrico, identica per ogni gestore d’Italia. Prendersela con quel foglio è prendersela con il messaggero.

Ma la sequenza è calabrese. Prima si trasferisce l’acquedotto. Poi si alza la tariffa. Poi si spiega cosa succede a chi non paga la tariffa alzata per l’acqua della propria sorgente.

Ogni passaggio, preso da solo, è legittimo. È la fila che non si riesce a guardare.

Cosa resta a un borgo

Facciamo l’inventario dei borghi calabresi, senza retorica.

I nostri paesi hanno perso, uno dopo l’altro: la scuola, accorpata. L’ufficio postale, ridotto a due mattine. La guardia medica, spostata a valle. La stazione, la banca, la farmacia di turno. Ogni volta la stessa motivazione tecnica: numeri insufficienti, razionalizzazione, efficienza di scala. Ogni volta ineccepibile sulla carta.

Adesso l’acqua.

Non era un servizio, l’acqua. Era l’unica cosa che un paese di milleottocento abitanti produceva invece di consumare. L’unico punto in cui il borgo non era un costo per il sistema, ma una risorsa del sistema.

Quel punto è stato chiuso.

Resta il campanile. Resta la festa patronale. Resta la sagra d’agosto, con i figli emigrati che tornano e si commuovono. Restano tutte le cose che si possono fotografare e nessuna di quelle che si possono amministrare.

Un borgo a cui hai tolto ogni funzione non è più un paese. È un paesaggio.

Il conto vero

Nei borghi calabresi si parla di spopolamento come di un fenomeno meteorologico. Cade, come la pioggia, e nessuno lo decide.

Ma nessuno lascia Sellia o San Mango perché ha smesso di amarli. Se ne va dopo aver fatto un conto piccolo e feriale: quanto costa restare. E in quel conto adesso ci sono anche le bollette dell’acqua che scende dalla montagna sopra casa.

Nel frattempo, in tutta la Calabria, si compra acqua in bottiglia perché in molti non si fidano di quella del rubinetto, si montano filtri sotto il lavello, si installano addolcitori contro il calcare. Si paga due volte: la tariffa e la sfiducia.

Duecento paesi seduti sopra le proprie sorgenti, che comprano l’acqua al supermercato.

Perché lo raccontiamo così

52 Borghi, 52 Storie nasce dall’idea che ogni paese abbia la sua storia, diversa da tutte le altre.

Questa volta no. Questa volta la storia è una sola, ripetuta in oltre duecento paesi che stanno tutti sotto i duemila abitanti. Cambiano i nomi delle sorgenti — e sono nomi bellissimi, ognuno con dentro un pezzo di dialetto e di memoria. Non cambia niente altro.

Se c’è una ragione per cui questo magazine ha scelto di andare piano, è per riuscire a vedere le cose che si muovono lentamente. Un paese non muore in un giorno. Muore per sottrazioni successive, ciascuna delle quali è ragionevole se la guardi da sola.

Poi un giorno arriva una bolletta con un codice utenza, e ti accorgi che nel frattempo era finito tutto.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 103 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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