Sulla provinciale per Conflenti si scava da più di due settimane. A singhiozzo: aprono, lasciano il buco, spariscono, tornano. Chi la percorre ogni mattina per andare al lavoro conosce ormai ogni taglio dell’asfalto. Stanno posando la fibra ottica. Un filo.
Noi di fili ce ne intendiamo. E sappiamo una cosa che ogni sarto impara presto: il filo migliore del mondo non serve a niente, se sotto non c’è la stoffa.
La fibra ottica nei borghi: una promessa lunga dieci anni
Della fibra, in questi paesi, si parla da quando i ragazzi che oggi lavorano a Milano facevano le medie. La strategia nazionale per la banda ultralarga è del 2015. Le aree bianche, quelle dove nessun operatore privato avrebbe mai investito, dovevano essere coperte entro il 2020. Siamo nel 2026.
Ad agosto la società che costruisce la rete ha dichiarato di aver completato il 99,4% del programma, in oltre seimila comuni. È un numero vero, e va riconosciuto. Ma c’è un altro numero, scritto dal governo nella sua stessa strategia del 2023: nelle aree bianche, dove la rete era pronta, si era allacciato circa il 3% delle case.
Tre su cento. Il filo c’era. Mancava chi lo infilasse.
Chi non ha aspettato
A Martirano Lombardo gli scavi sono passati l’estate scorsa. Un anno dopo, la copertura non c’è. Il cavo è sotto la strada e le case sono sopra, e in mezzo non passa niente.
Nel frattempo nessuno è rimasto ad aspettare. Noi per primi. Questo giornale si scrive e si pubblica da qui, con un’antenna fuori casa e il segnale di una piccola azienda di Soveria Mannelli, a pochi chilometri. Oppure con un router grande quanto un libro e una scheda dentro, che si porta dove serve. Funziona. Funziona bene.
Anche la fibra, del resto, non la regala nessuno: lo Stato paga lo scavo, l’abbonamento lo paga la famiglia.
Ecco allora cosa c’è dietro quel tre su cento. Non è diffidenza, non è arretratezza. È che qualcuno, da queste parti, il problema l’aveva già risolto. E che la connessione, in questi paesi, non era la cosa che mancava.
Il borgo digitale e il paese reale
Nei giorni scorsi a Roma è stato presentato un modello di borgo digitale, costruito in tre anni a Pitigliano, in Toscana. Quindici applicazioni: il gemello digitale del Comune, l’illuminazione pubblica mappata, la realtà aumentata per i monumenti, perfino la fibra usata come sensore per i terremoti. Quest’ultima, in una terra che il 1905 lo porta ancora nei muri, non è cosa da poco.
In quella sala è stato detto che colmare il divario digitale è un passaggio chiave per contrastare lo spopolamento. È la frase che ci interessa. Perché è lì che il ragionamento si scuce.
A Conflenti nel 2001 vivevano 1.661 persone. Alla fine del 2024 erano 1.318. In quell’anno sono nati sei bambini e sono morte diciassette persone. Nessuno di quei sei è nato perché c’era la banda larga. Nessuna delle famiglie partite è partita perché mancava.
Si parte perché non c’è lavoro, perché il medico è lontano, perché la corriera passa poche volte al giorno, perché una casa vuota accanto a un’altra casa vuota non fa un vicinato.
Cosa serve prima del cavo
Non siamo contro la fibra. Sarebbe sciocco, e sarebbe anche una posa. Un medico che legge una lastra a distanza, una bottega che vende fuori regione, un Comune che vuole servizi veri: tutto questo passa da un cavo. E quel cavo serve anche a chi non lo sa: il ripetitore a cui si aggancia il telefono, da qualche parte, ha bisogno di un filo.
Ma un diritto non è una politica. La connessione è una condizione, non una ragione. Nessuno torna in un paese perché si scarica in fretta. Si torna se c’è una casa che si può comprare e riscaldare, un asilo, un reddito, qualcuno della propria età.
La domanda allora non è se il cavo serva. È in che ordine si cuce. Lo abbiamo già visto con l’acqua, in Quattrocento paesi, una sola bolletta: prima arriva l’opera, poi ci si chiede per chi. Per dieci anni si è cominciato dal filo, perché il filo si appalta, si misura, si inaugura. Le famiglie no. Per le famiglie non c’è un certificato di ultimazione.
Il filo aspetta
Il cantiere sulla provinciale finirà. L’asfalto verrà richiuso, forse bene. Il cavo resterà sotto, e durerà decenni: è fatto per questo.
Aspetterà. Può darsi che un giorno qualcuno lo usi per restare, e allora avremo avuto torto a dubitare. Ma un filo, da solo, non ha mai tenuto insieme niente. Ci vuole la stoffa. E la stoffa, in un paese, sono le persone.
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