Viva per miracolo. A Terranova da Sibari una farmacista di ventinove anni è sopravvissuta a chi diceva di amarla. La raccontiamo come sappiamo fare noi: piano, dal di dentro, senza voltarci dall’altra parte.

Ci sono storie che durano il tempo di un titolo. Si leggono al mattino, si dimenticano prima di sera. Cronaca: una riga, un nome, un numero in più in una contabilità a cui ci siamo abituati.
Noi le storie non le prendiamo così.
Le prendiamo come si prende una stoffa che si è strappata. La si apre sul tavolo. La si gira. Si cerca il punto esatto in cui ha ceduto. Solo allora si decide dove rammendare — e dove, invece, non basta il filo.
Questa è la storia di Maria Ida Santopaolo. Ventinove anni, farmacista, Terranova da Sibari, provincia di Cosenza. È viva. Lo diciamo subito, prima di ogni altra cosa, perché è la cosa che conta di più. E perché non era scontato.
Un uomo che lei aveva chiamato amico per anni l’ha aggredita sotto casa, di notte, con un coltello. Un uomo a cui aveva detto di no, e che quel no non aveva accettato. È sopravvissuta per pochi centimetri e per il caso di alcuni amici che hanno capito in tempo, sono arrivati, hanno urlato. La differenza tra una donna che racconta e una donna di cui si parla al passato è stata tutta lì: in qualcuno che si è insospettito e non se n’è andato.
Oggi quell’uomo è in carcere. Le ferite sul corpo si chiudono con i punti. Quelle sotto la pelle hanno bisogno di un rammendo più lento, di mani diverse, di tempo che nessuno può accorciare.
Maria Ida ha detto di sentirsi una miracolata. Noi capiamo la parola, ma vogliamo dirne un’altra.
Perché il miracolo, da queste parti, lo invochiamo sempre dopo. Dopo l’aggressione accendiamo le fiaccole. Dopo il sangue scopriamo l’affetto, la comunità, la piazza piena. È giusto, è umano, ci commuove. Ma una comunità non è la folla che arriva dopo. È il tessuto che tiene prima.
E il tessuto, prima, troppe volte non tiene.
Il Sud sa difendere le sue donne nei discorsi e poi lasciarle sole nei fatti. Sa indignarsi per il telegiornale e abbassare la voce per il vicino di casa. Sa chiamare “amore” il possesso, “gelosia” il controllo, “ragazzata” la minaccia — finché la ragazzata non diventa un coltello in una notte di provincia.
Maria Ida non chiede vendetta. Chiede una pena giusta e una cosa sola in più: poter uscire di casa senza paura. È poco. È tutto. È esattamente ciò che a una donna non dovrebbe servire il coraggio di chiedere.
Noi scriviamo questa storia non per fare cronaca. La cronaca l’hanno già fatta altri. La scriviamo perché qualcuno, leggendola, riconosca un punto che sta cedendo — nella propria vita, in quella di una figlia, di una sorella, di un’amica — prima che si strappi del tutto.
Il filo si vede sempre, prima. Il no non accettato. L’insistenza che si traveste da attenzione. Il “ti amo” che pesa come una mano sul collo. Si vede. Bisogna avere il coraggio di guardarlo.
Maria Ida ha detto di voler dare voce a chi non ce l’ha fatta. Noi mettiamo la nostra accanto alla sua.
Lo facciamo come sappiamo: piano, un punto alla volta. Perché certe cose non si cuciono in fretta. E perché un paese, un Sud, un Paese intero si misura da questo — non dalle fiaccole che accende dopo, ma dai fili che è capace di tenere prima.

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