Il cedro che cuce la piazza: chi difende il gigante di Martirano Lombardo

Il cedro del Libano nella piazza di Martirano Lombardo, circondato dalla pavimentazione in mattoni
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C’è un punto, in piazza, dove il cielo si chiude. Non per una nuvola, non per un palazzo: per una chioma. Il cedro del Libano che sovrasta i gradoni non è un albero come gli altri — è più vecchio di vent’anni di chiunque, in questi giorni, stia discutendo se abbatterlo. È lo stesso paese di cui abbiamo già raccontato la storia della libretta nera di Carmelo: un luogo che porta i suoi segni, se solo si ha la pazienza di guardarli.

Noi lo guardiamo dal basso, come nelle due fotografie che raccontano questo pezzo. Il tronco si apre in quattro bracci principali, come le dita di una mano che regge il peso di tutta la piazza. Sotto, i mattoni. Intorno al tronco, non un metro di terra libera: solo cemento, fino all’ultimo centimetro utile.

Una pianta cucita nel cemento

Un albero respira dalle radici prima che dalle foglie. Le radici cercano acqua, ossigeno, spazio per allargarsi — e quando lo spazio non c’è, la pianta non protesta subito. Soffre in silenzio, per anni, mentre il fusto continua a crescere in apparenza sano. È esattamente quello che sembra essere successo qui: i mattoni sono stati posati a ridosso del tronco, senza lasciare un varco, senza un anello di rispetto. Il cedro è stato, di fatto, cucito dentro una piazza che non gli appartiene più.

Ora si dice — non c’è nulla di ufficiale, lo scriviamo con la stessa cautela con cui lo abbiamo sentito dire — che una parte dell’amministrazione starebbe valutando l’abbattimento. Il pericolo, la scusa più semplice da pronunciare e la più difficile da verificare. Un albero enorme, si dice sempre così, prima di tirare fuori la motosega.

Chi ha creato il pericolo?

Qui il filo si complica, e noi lo tiriamo fino in fondo: se una pianta soffocata dal cemento comincia a manifestare segni di cedimento, il pericolo non nasce dall’albero. Nasce da chi ha soffocato l’albero. Togliere i mattoni, restituire terra e aria alle radici, è la cura. Tirar giù la pianta con la scusa del pericolo è la scorciatoia — la via più semplice, appunto, per chi non vuole occuparsi del problema vero.

Non è la prima volta che un paese si trova a scegliere tra la manutenzione lenta e paziente di ciò che ha ereditato, e il taglio netto che chiude la questione in un pomeriggio. Noi, com’è nostro costume, scegliamo di non avere fretta. E non abbiamo fretta nemmeno stavolta: prima di ogni sega, chiediamoci se qualcuno ha mai provato a liberare quelle radici.

Un monumento senza targa

Un cedro del Libano che supera i vent’anni non è arredo urbano. È un monumento senza targa, cresciuto senza che nessuno lo piantasse con l’intenzione di celebrarlo — ed è forse per questo che nessuno, finora, si è sentito in dovere di proteggerlo. In Italia esiste un Elenco degli alberi monumentali, tenuto dal Ministero dell’Agricoltura, pensato proprio per casi come questo: piante che per età, dimensioni o valore storico meritano una tutela che il buon senso comunale, da solo, a volte non garantisce.

La perizia, non la sega

E allora lo diciamo senza cucire troppo le parole: un albero di quella mole non si abbatte a colpi di voce di corridoio. Se davvero la pianta costituisce un pericolo, la legge indica una strada precisa, e quella strada va percorsa fino in fondo — non aggirata. Serve una perizia agronomica firmata, non un sentito dire: un tecnico abilitato che metta nero su bianco, in maniera inequivocabile, le ragioni tecniche dell’abbattimento, e che si assuma per intero la responsabilità di quella firma. Non basta un’intenzione. Non basta un’urgenza dichiarata a voce. Chi decide di tagliare un albero di vent’anni e più mette il proprio nome sotto quella decisione, davanti alla comunità e, se necessario, davanti a un giudice.

Perché se quella perizia non arriva, o arriva scritta per giustificare a posteriori una scelta già presa, c’è già chi è pronto a fare un passo oltre l’articolo. Un comitato di cittadini è pronto a costituirsi per promuovere le azioni legali necessarie a fermare un abbattimento privo di fondamento tecnico. Non è una minaccia: è l’unico strumento che resta quando la trasparenza viene a mancare.

Con l’albero o con la sega elettrica?

Il tempo delle sagre e delle distrazioni buone per tutte le stagioni è finito. Non si difende un paese solo tra un panino e una grispella: si difende anche — e soprattutto — quando c’è da guardare in faccia chi decide, e chiedere conto delle decisioni prese. Noi non scriviamo questo pezzo per dare torto a qualcuno prima ancora che decida. Lo scriviamo perché una decisione così, quando arriva senza carte in regola, arriva in fretta — e i paesi si accorgono di aver perso un albero secolare solo quando il tronco è già a terra.

Restiamo dove siamo partiti: sotto quella chioma, con la testa all’insù, a guardare un gigante che ha resistito al cemento per vent’anni e più. Noi, da qui, ci mettiamo a difesa della pianta, e pretendiamo la perizia prima della sega. E a voi lasciamo la domanda, senza sconti: state con l’albero, o con la sega elettrica?

Il Sarto delle Lumache — in un mondo che corre, noi scegliamo di cucire.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 83 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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