C’è un rumore che a Ferragosto, nei borghi del Sud, torna sempre uguale: portiere che sbattono, valigie tirate giù dai portapacchi, targhe che non sono le nostre. Milano, Torino, Varese. Più in là, Zurigo. Per undici mesi le persiane restano accostate. Poi arriva agosto, e il paese torna intero.
Non è un modo di dire. Le strade che a febbraio attraversavi senza incontrare nessuno, ad agosto non bastano più.
Ferragosto nei borghi del Sud: il mese in cui gli emigrati tornano

I cugini che vivono al Nord ridiscendono con i figli, e i figli parlano un dialetto sbiadito: erre dure, parole imparate a scuola lontano. Le nonne tirano fuori i piatti buoni. Si riaprono cucine che per mesi sapevano di chiuso.
Emigrare, da noi, non è mai stata una parola astratta. È stato prendere un treno, mandare i soldi a casa, tornare per le feste. La ferita c’era, e c’è ancora. Ma agosto, per un mese, la ricuciva.
La sera in cui si stava tutti nella stessa stanza
La sera, allora, era un’altra cosa. Erano gli stessi anni in cui la 850 aspettava nell’aia il sabato del mare (Quando un weekend al mare era una festa); ma la sera, in paese, si convergeva. Il televisore — arrivato tardi, da noi: non negli anni Cinquanta come in città, ma a metà dei Sessanta — ormai c’era. Non in tutte le case, però. E allora chi non ce l’aveva andava da chi ce l’aveva, e ci si stringeva.
C’era Carosello, e c’era la regola che ogni bambino del Sud sapeva a memoria: dopo Carosello, a letto. Non si discuteva. Era il confine della giornata.
E c’era stata, poco prima, una sera che quella generazione non ha più dimenticato. Non era agosto — era il 17 giugno del Settanta — ma è lì che avevamo imparato che un televisore poteva fare piazza. Italia–Germania, quattro a tre. Tutti nello stesso posto, in piedi, a gridare le stesse cose nello stesso istante.
Oggi il paese torna ancora. Ma non nella stessa stanza
Il ritorno, ad agosto, c’è ancora. Le targhe del Nord ricompaiono, le case si riaprono. Ma è più corto, più contato: una settimana, dieci giorni, e via. E soprattutto: anche quando siamo tornati, ognuno guarda il suo schermo. Nella sua stanza. Con le cuffie.
Non è un lamento contro il presente. È solo che vale la pena dirlo, cosa fosse quella sera in cui si stava stretti: non era povertà di mezzi. Era abbondanza di stanza. Si stava insieme perché era l’unico modo — e in quell’unico modo c’era tutto.
Ecco perché agosto conta più di quanto sembri. Per un mese il paese dimostra che sa ancora farlo: riempirsi, riconoscersi, stare nella stessa piazza. Non è nostalgia. È una prova. E la domanda — l’unica che valga — è se lasciamo che resti solo il ricordo di una sera, oppure se decidiamo che un paese pieno, che si guarda in faccia, è ancora qualcosa che possiamo essere.
Undici mesi di persiane accostate. E poi, ogni anno, la stessa cosa: il paese torna intero. Sta a noi, per quanto.
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