Saverio Strati, Sant’Agata del Bianco, Aspromonte. C’è chi il Sud lo lascia per raccontarlo da lontano. E c’è chi, dopo aver toccato la vetta della letteratura italiana, ha dovuto chiedere allo Stato di poter continuare a vivere.
C’è una lettera, scritta a mano, datata 15 marzo 2009.
Non è una lettera d’amore, né una lettera d’addio. È una richiesta d’aiuto. La scrive un uomo di ottantaquattro anni, uno dei narratori più importanti che la Calabria abbia mai avuto, al direttore di un giornale. Gli dice, in sostanza, che non ha più i mezzi per vivere.
Quell’uomo si chiama Saverio Strati. Ha vinto il premio più ambito della narrativa italiana. E sta per chiedere la carità di legge.
Vent’anni a fianco del padre
Nasce nel 1924 a Sant’Agata del Bianco, un paese minuscolo incastonato nella Locride, ai piedi dell’Aspromonte. I genitori sono, come li chiamerà lui stesso, «mastri-massari»: il padre muratore, la madre sarta.
Per vent’anni Saverio lavora accanto al padre, mattone su mattone. Non è un’infanzia da romanzo: è la vita che tocca a chi nasce povero in un paese povero, in un’epoca povera. Poi, nel 1945, decide una cosa che a molti sembra una follia: vuole studiare.
Il primo tentativo, da privatista, fallisce. Ma uno zio d’America manda i soldi, e Saverio arriva al liceo classico di Catanzaro. Poi all’università di Messina, dove un professore — Giacomo Debenedetti, uno dei critici più severi del Novecento italiano — legge un suo racconto e capisce di avere davanti qualcosa di vero.
Non è la storia di un genio scoperto per caso. È la storia di un uomo che si è conquistato ogni riga. Chi vuole ripercorrerla pagina per pagina può farlo sul sito a lui dedicato.
La vetta, e il vuoto dopo la vetta
Nel 1977 Strati pubblica «Il selvaggio di Santa Venere» e vince il Premio Campiello — il riconoscimento più prestigioso della narrativa italiana. Ha scritto per anni la Calabria degli ultimi: pastori, contadini, muratori, emigranti. L’ha scritta senza sconti e senza cartoline, restituendo dignità a una umanità che la letteratura ufficiale, fino ad allora, aveva quasi sempre ignorato o compatita.
Sembra l’inizio della consacrazione definitiva. È, invece, l’inizio della fine.
Cambiano i dirigenti di Mondadori, la sua casa editrice storica. Cambiano i gusti, cambia il mercato. I romanzi che scrive dopo il Campiello restano nel cassetto, uno dopo l’altro. Strati continua a scrivere — non smetterà mai — ma il suo nome scivola ai margini del dibattito culturale, e con lui scivolano anche le entrate.
Chiedere per continuare a scrivere
Arriviamo così a quella lettera del 2009. Il Quotidiano della Calabria lancia una mobilitazione. Intellettuali, giornalisti, lettori si muovono perché uno scrittore che ha dato voce a un’intera regione non finisca senza voce lui stesso. Il 17 dicembre 2009 il Consiglio dei ministri gli concede la legge Bacchelli, il vitalizio riservato a chi ha meriti artistici straordinari e vive in condizioni di bisogno.
Strati muore nel 2014 a Scandicci, vicino Firenze, dove si era trasferito da tempo. Ha quasi novant’anni. Ha lasciato migliaia di pagine inedite.
Il filo che lo lega al Sarto
In questa rubrica abbiamo già raccontato Carmelo Fato, il sarto di Martirano Lombardo, che con ago e filo custodiva i debiti e le confidenze di un intero paese. Strati, la sartoria, ce l’aveva in casa: sua madre cuciva, mentre suo padre costruiva muri. Da quella casa umile è uscito un uomo che ha cucito, con le parole, un’intera regione — dando forma a vite che nessuno, prima, aveva ritenuto degne di un romanzo.
Abbiamo anche raccontato chi dal Sud parte e non torna, come la famiglia dell’uomo che disse «go» all’Apollo 11, e chi parte, impara, e torna apposta. Strati appartiene a una terza categoria, la più amara delle tre: chi arriva più in alto di tutti, e proprio per questo viene lasciato più solo di tutti.
Cosa dice questa storia
Non la raccontiamo per compatire Saverio Strati. Lui, per primo, non l’avrebbe voluto: fu sempre schivo, riservato, mai in cerca di pietà. La raccontiamo perché dice qualcosa di scomodo sul rapporto tra il Sud e chi lo racconta bene.
Il Sud, quando produce una voce vera, spesso non sa custodirla. La lascia partire, la lascia arrivare in cima, e poi la lascia sola quando il vento cambia. Non è una novità: è un copione che si ripete. Ma raccontarlo — con precisione, senza vittimismo, senza cartolina — è già un modo per romperlo.
Saverio Strati ha scritto il Sud senza sconti. Il minimo che possiamo fargli, settant’anni dopo quel primo racconto letto da Debenedetti, è raccontare lui allo stesso modo.
Saverio Strati (Sant'Agata del Bianco, 16 agosto 1924 – Scandicci, 9 aprile 2014) è stato uno scrittore calabrese. Figlio di un muratore e di una sarta, ha lavorato lui stesso come muratore prima di intraprendere gli studi da adulto, fino alla laurea a Messina. Nel 1977 ha vinto il Premio Campiello con "Il selvaggio di Santa Venere". Caduto nell'oblio editoriale negli anni successivi, nel 2009 ha ottenuto il vitalizio della legge Bacchelli per meriti artistici straordinari.
Il figlio della sarta è il settimo episodio di 52 Borghi, 52 Storie — un viaggio settimanale nel Sud Italia attraverso i luoghi e le persone che lo custodiscono. Non raccontiamo i borghi. Raccontiamo ciò che i borghi dicono sul Sud di oggi.
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