Quando un weekend al mare era una festa

Fiat 850 con il cofano aperto nell'aia, un uomo controlla il motore — preparativi per un weekend al mare all'inizio degli anni Settanta

Estate dei primi anni Settanta. La 850 Fiat era ferma nell’aia dal sabato mattina, con il cofano aperto ad asciugare al sole. Mio padre controllava l’acqua, l’olio, le cinghie. Come si prepara un cavallo prima di un viaggio lungo.

Il viaggio era Falerna. Venti chilometri.

Oggi si fanno in venti minuti, in autostrada, senza pensarci. Allora era un’impresa che chiedeva un giorno intero, e cominciava il venerdì sera.

Mia madre riempiva il canovaccio grande con i panini. Pane fatto in casa, mortadella o frittata di cipolle, tutto piegato dentro uno strofinaccio a quadri bianchi e blu. Nel cesto di paglia entravano la bottiglia dell’acqua fresca, un cocomero comprato dal contadino, il fazzoletto per asciugarsi le mani. Sotto la sedia del cortile aspettava la borsa con i costumi asciutti — quelli bagnati sarebbero tornati la sera, arrotolati in un giornale.

Partivamo all’alba. Il sole non era ancora salito sulle colline.

La 850 caricava cinque persone e sembrava piena. Poi arrivava il cugino, e diventavamo sei. Nessuno protestava. Nessuno chiedeva le cinture — non ne parlava nessuno. I bambini in mezzo, gli adulti ai fianchi, il finestrino abbassato perché l’aria condizionata era un’idea che non ci apparteneva.

La Statale 18 scendeva verso il mare a curve strette. A ogni tornante si sperava che apparisse. Ogni volta era invece un’altra collina, un altro paese addormentato, un altro camion in salita che ci teneva dietro per chilometri.

Poi c’era la curva giusta.

Il mare arrivava tutto insieme, largo, blu, così vicino da non credere di averlo aspettato tanto. Nessuno diceva niente per qualche secondo. Solo il rumore del motore che stava cominciando a scaldarsi troppo.

A Falerna la spiaggia era libera quasi ovunque. Qualche cabina di legno, un chiosco che vendeva ghiaccioli, ombrelloni piantati da chi se li portava da casa. Non c’erano lettini a file, non c’erano bagnini in divisa, non c’era la parola lido stampata su una bandiera. C’era la sabbia, c’era il sale, e c’era la certezza che quel giorno non sarebbe finito mai.

Il canovaccio dei panini si apriva verso mezzogiorno, all’ombra di un telo tenuto su da quattro pali di canna. Il pane si tagliava con il coltello di mio padre, quello con il manico di corno. Il cocomero si spaccava con un colpo secco. Poi tutti a dormire un’ora — gli adulti sulla sabbia, i bambini fingendo di dormire.

Nel pomeriggio si tornava in acqua. Poi la seconda dormita. Poi il primo brivido delle cinque, quando l’ombra della collina cominciava ad allungarsi sulla spiaggia.

Il ritorno era il pezzo più stanco del giorno. La 850 si arrampicava lenta, con dentro sei persone salate, i costumi bagnati in una busta di plastica, la sabbia nei sandali, la sabbia sotto i sedili — quella sabbia che avremmo trovato per settimane, ogni volta che qualcuno si sedeva dietro. Cucita ai sedili come una firma.

Nessuno parlava molto. Qualcuno canticchiava la canzone dell’estate sentita alla radio. Mio padre guidava con il braccio appoggiato al finestrino. Mia madre teneva in grembo il canovaccio ripiegato, ormai vuoto, con dentro qualche briciola e il profumo del pane della mattina.

Arrivavamo che era buio. La 850 tornava nell’aia esattamente da dove era partita, ma non era più la stessa: portava dentro un giorno intero di mare, e lo avrebbe portato ancora — nella sabbia, nel sale, nell’odore della salsedine che ci sarebbe voluto una settimana per andarsene del tutto.

Quello era un weekend al mare, in Calabria, all’inizio degli anni Settanta.

Un giorno. Venti chilometri. Cinque, sei persone in una 850. Un canovaccio a quadri. E il tempo — quello vero — che sa fare una festa quando gli si lascia lo spazio per farla.


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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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