Dove il caldo non fa paura

Vicolo ombreggiato in un borgo di montagna calabrese
borghi del sud

In questi giorni l’Italia respira male. L’anticiclone africano ha disteso sulla penisola una nuova, intensa ondata di calore, e la Calabria non fa eccezione: le città della costa si svegliano già stanche, le notti restano tropicali, e l’asfalto restituisce fino a sera il calore che ha ingoiato di giorno. Sul lungomare, alle tre del pomeriggio, non si muove una foglia — perché di foglie, spesso, non ce ne sono più. I borghi freschi Calabria li ha sempre avuti, a pochi chilometri dall’asfalto che scotta — nell’entroterra, dove l’estate ha tutt’altro passo.

Vicolo ombreggiato in un borgo di montagna calabrese

È la Calabria dei paesi alti, appesi ai monti, dove il caldo non è mai stato un dramma: perché lì, da secoli, hanno imparato ad abitarlo.

La costa soffoca, la collina respira

C’è un equivoco che l’estate moderna ci ha messo in testa: che d’agosto si stia bene soltanto al mare. Ma il mare, oggi, è spesso la parte peggiore. È cemento che scotta, file di ombrelloni, parcheggi roventi, palazzine che di notte non si raffreddano. Il refrigerio, lì, te lo devi comprare: un condizionatore, un lettino, una consumazione al bar.

Nei borghi dell’interno, invece, il fresco è di casa. Sui sette-ottocento metri del Reventino, tra le Serre o alle porte della Sila, la sera arriva puntuale una brezza che scende dai boschi, e la temperatura cala di dieci gradi come niente. Ad agosto, lassù, si dorme ancora con la coperta. Non è nostalgia: è geografia. L’aria calda sale, e i paesi in quota se la lasciano scorrere addosso senza trattenerla.

Il repertorio antico del fresco

Chi ha costruito questi paesi non aveva l’aria condizionata, e nemmeno la rimpiangeva. Aveva qualcosa di più solido: la sapienza di chi il clima lo conosceva sulla pelle.

I muri di pietra, spessi anche un metro, che di giorno tengono fuori il sole e di notte restituiscono lentamente il fresco accumulato. I vicoli stretti, orientati apposta perché il sole non li tocchi mai per intero, dove anche a mezzogiorno si cammina all’ombra. La controra — quell’ora sospesa del primo pomeriggio in cui il paese si ferma, le persiane si chiudono e si aspetta che il peggio del caldo passi. Non è pigrizia: è strategia, la stessa che i popoli del Mediterraneo praticano da sempre.

E poi l’acqua. La fontana in piazza che non ha mai smesso di gettare, fredda anche a Ferragosto. I giardinetti e le ville comunali all’ombra dei lecci e dei tigli, dove i vecchi si siedono nel pomeriggio e i bambini corrono fino a sera. La frescura degli alberi, che nessun impianto di climatizzazione ha mai saputo imitare davvero.

I borghi freschi della Calabria, dai monti alla Sila

Non serve andare lontano per trovarli. La Calabria è piena di posti dove, in piena ondata di calore, si respira: i paesi del Reventino affacciati sulla piana di Lamezia, i borghi silani a mille metri dove d’estate l’aria sa di resina, le Serre coperte di faggete, la Locride alta dell’Aspromonte con i suoi paesi aggrappati alla roccia. Sono luoghi che d’inverno sembrano dimenticati, e che proprio d’estate tornano ad avere ragione.

Chi ci è nato lo sa già. Chi li ha lasciati, spesso, se ne ricorda soltanto quando in città non si respira più.

Il caldo che ci fa rivalutare il borgo

Ed è qui il punto che a noi del Sarto interessa davvero. Questa ondata di calore non è solo un fastidio da sopportare: è un promemoria. Ci ricorda che il Sud sapeva vivere l’estate molto prima che la riempissimo di plastica e di corrente elettrica. Che il fresco non era un lusso da comprare, ma un modo di costruire le case, di orientarle, di scandire le giornate.

Rivalutare quel fresco significa rivalutare il borgo. Non come cartolina per turisti in fuga, ma come luogo che ha ancora qualcosa da insegnare: come si sta al mondo quando il clima stringe. Forse il futuro, con estati sempre più torride, ce li restituirà proprio per questo — non malgrado la loro lentezza, ma grazie a lei.

Il paese alto non è soltanto ciò che ci si è lasciati alle spalle. È, in certe settimane d’agosto, il posto che torna ad avere ragione su tutti gli altri.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 83 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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