Da mesi una famiglia della piana lametina aspetta di tornare. In una lettera arrivata in redazione, una madre racconta cosa vuol dire restare legati a un luogo mentre se ne è lontani per forza — e la gratitudine che resiste anche nei giorni più duri
C’è un filo che non si vede, ma tiene. È quello che lega chi è lontano da casa al luogo da cui è partito, anche quando la distanza non è una scelta ma una necessità. Da mesi una madre lametina lo sta imparando ogni giorno: da marzo vive sospesa tra ospedali, corridoi e attese, con la figlia tredicenne, e da maggio si trova a Roma, ospitata in una struttura vicino al Bambino Gesù, senza poter tornare.
Ci scrive per raccontarlo. Non per accusare, dice subito, ma perché la sua voce possa essere utile a chi si troverà, un giorno, nella stessa attesa.
Cinque accessi, prima del ricovero
“La vicenda ha inizio nel marzo 2026. Mi reco per la prima volta al Pronto Soccorso di Lamezia Terme perché mia figlia presenta difficoltà respiratorie e un importante stato di sopore”, scrive. Cinque accessi in poco più di un mese, prima che qualcosa si muova: “Solo il 21 aprile, dopo ripetute richieste, mia figlia viene ricoverata”.
Poi le dimissioni, e un nuovo peggioramento. Si ipotizza una crisi epilettica; si scopre una grave crisi respiratoria. Il trasferimento d’urgenza a Catanzaro, la broncoaspirazione, due settimane di ricovero. È lì che la madre rifiuta la proposta di un impianto di PEG — “ritenendo che la figlia non fosse ancora nelle condizioni di essere dimessa” — e si attiva da sola per ottenere il trasferimento a Roma.
Racconta di una dottoressa di Catanzaro “che ringrazierò per sempre”, che si è battuta perché la bambina non venisse dimessa prima della conferma del trasferimento. Ma il viaggio verso Roma, la famiglia lo affronta da sola, senza un trasporto sanitario adeguato: “Sono costretta ad affrontare il viaggio verso Roma insieme a mio marito e a mio padre, con una bambina in condizioni estremamente precarie, a digiuno e senza possibilità di assumere cibo o liquidi. Ancora oggi mi chiedo: cosa sarebbe successo se durante quel lungo viaggio mia figlia avesse avuto una crisi grave?”
Al Bambino Gesù il quadro si rivela più grave di quanto rappresentato fino ad allora. La bambina resta ricoverata quasi due mesi, dal 12 maggio a luglio.
Lontani da casa: l’attesa di una madre lametina
È qui che la storia smette di essere solo clinica, e diventa la storia di un’attesa. Perché dopo il ricovero non arriva il ritorno a casa, ma un’altra attesa: quella burocratica, per attivare la nutrizione parenterale domiciliare indispensabile alla bambina. “Una pratica è rimasta ferma per un mese su una scrivania, causando ulteriori ritardi e sofferenze a una famiglia già duramente provata”, scrive la madre, che oggi si trova ancora a Roma, a Passoscuro, “impossibilitati a rientrare in Calabria perché stiamo aspettando che vengano attivate tutte le forniture indispensabili per la sopravvivenza di nostra figlia”.
Cinque mesi lontano dalla piana lametina. Cinque mesi in cui casa non è un luogo ma un pensiero fisso, qualcosa a cui si torna con la mente ogni giorno mentre il corpo resta altrove, in attesa di una firma, di un modulo, di una pratica che si sblocchi. È lo stesso filo, in fondo, di cui abbiamo scritto raccontando chi parte portando con sé una valigia sola: la distanza da casa non si misura solo in chilometri.
“Dietro ogni cartella clinica c’è una persona”
La madre non vuole che il suo racconto sia letto come un atto d’accusa. Tiene a dirlo con chiarezza: “Il mio racconto non vuole essere una critica indiscriminata verso tutti i professionisti che ho incontrato in questo percorso”. E ricorda, con gratitudine, chi le è stato vicino — a Lamezia Terme come a Catanzaro — “medici, infermieri e operatori sanitari che ci hanno ascoltati, sostenuti e trattati con rispetto”.
È per rispetto verso queste persone, dice, che ha deciso di raccontare anche le mancanze: “Segnalare errori, superficialità e mancanze non significa screditare un intero reparto o un’intera struttura, ma contribuire a migliorare un sistema che dovrebbe garantire a ogni paziente, soprattutto se fragile e disabile, cure adeguate, attenzione e dignità”.
Chiude con un pensiero che è insieme appello e promemoria, per chi lavora dentro i sistemi e per chi li racconta da fuori: “Dietro ogni cartella clinica c’è una persona, dietro ogni paziente c’è una famiglia e dietro ogni ritardo o superficialità possono esserci conseguenze molto gravi”.
Il filo, per ora, resta teso tra Roma e la piana lametina. Una madre lametina aspetta ancora la firma che le permetterà di tornare a casa.
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