Ci sono uomini che cuciono restando fermi. Franco Arminio è uno di questi: nato a Bisaccia nel 1960, in Irpinia d’Oriente, non se n’è mai andato — e da lì ha fatto della permanenza un mestiere, quasi una lingua.
Lo chiamano “paesologo”. Lui stesso ha inventato la parola, perché non ne esisteva una che dicesse davvero cosa fa: guardare i piccoli paesi non come cartoline né come lamenti, ma come corpi vivi da ascoltare. La definisce «una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia», una disciplina che «non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo». Non è un metodo di studio. È un modo di stare al mondo.
Era il 1980 quando il terremoto spaccò l’Irpinia. Bisaccia fu tra i paesi colpiti. Arminio non ne scrisse una cronaca del dolore: ne fece l’inizio di una vita intera passata a difendere questi luoghi dall’abbandono, senza mai travestirli da vittime né da idilli. Da quel gesto sono nati vent’anni di libri — Viaggio nel cratere, Terracarne, Geografia commossa dell’Italia interna — e un’idea che ancora oggi tiene insieme centinaia di persone: la Casa della Paesologia, oggi a Bisaccia, in via Tamigi, dopo una prima sede a Trevico. Non un museo. Una casa vera, dove chi passa può fermarsi.
Qui sta il filo che lega Arminio a chi in questa rubrica è già passato. Non è Carmelo, che a Martirano Lombardo ha tramandato un mestiere di mano. Non è Bruno, che a Vallelonga è tornato apposta. Arminio non è mai partito, e proprio per questo ha dovuto inventare un mestiere nuovo: raccontare un paese non da lontano, per nostalgia, ma da dentro, ogni giorno, senza sconti.
Non è un caso che il suo lavoro sia diventato collettivo. Attorno alla Casa si è formata un’associazione, Comunità Provvisorie, che tiene vivo un festival ad agosto ad Aliano, in Basilicata — un altro paese del Sud che ha imparato a raccontarsi senza vergogna e senza retorica. E ogni anno la casa pubblica quaderni fotografici che, dice chi li cura, vanno letti come “un vero e proprio atto di resistenza poetica” — un modo di fermare lo sguardo in un tempo che non si ferma mai.
C’è una cosa che accomuna Arminio a noi che scriviamo il Sarto delle Lumache, pur da un’altra regione, con un’altra voce: l’idea che raccontare un paese piccolo non sia un gesto minore, ma un atto di cittadinanza. Lui lo fa da Bisaccia dal 1980. Noi proviamo a farlo da Martirano, un episodio alla settimana. Il filo è lo stesso: restare, guardare, scrivere piano.
Bisaccia non ha bisogno di essere salvata da nessuno. Ha già chi la racconta ogni giorno, da dentro, senza fretta. Ed è forse questo — non il terremoto, non l’abbandono — il vero miracolo del paese: che qualcuno abbia deciso di non andarsene mai, e di farne un mestiere per tutti.
Per chi vuole camminare dentro questa storia, la Casa della Paesologia tiene le porte aperte tutto l’anno: casadellapaesologia.org.
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