Bruno Garisto ,Vallelonga, Serre vibonesi. C’è chi parte e non torna. E c’è chi parte, impara, e torna apposta — per ridare voce a ciò che ha smesso di suonare.
C’è un corno, da qualche parte, che ha perso la voce.

Una tromba ammaccata. Un clarino muto. Strumenti che hanno suonato per anni e poi, un giorno, si sono fermati. Non sono rotti del tutto. Hanno solo smesso di dire quello che sapevano dire.
A Vallelonga c’è un uomo che li rimette a suonare.
Si chiama Bruno Garisto. E la sua storia, prima ancora di parlare di lui, dice una cosa sul Sud che vale la pena ascoltare lentamente. Perché noi i borghi non li raccontiamo per le foto. Li raccontiamo per quello che dicono. E questo, di borgo, dice il contrario di quello che ci hanno abituati ad aspettarci.
Partire per imparare
La strada di Bruno comincia come tante. Un diploma in corno, nel 2006, al conservatorio Torrefranca di Vibo Valentia. Poi le botteghe dove si costruiscono e si restaurano gli organi a canne — un mestiere antico, fatto di legno, metallo e pazienza.
Ma non gli basta. Vuole capire come si curano gli strumenti a fiato, come si riportano a galla quando affondano nel silenzio. Così va dove si impara: in Svizzera, a Yverdon-les-Bains, a perfezionarsi nell’atelier del maestro Vincent Liaudet.
A quel punto la porta per restare lontano è spalancata. Un mestiere raro, una specializzazione che pochi hanno, un Paese che funziona. Bastava non voltarsi.
Tornare apposta
Bruno si è voltato.
A quarantadue anni è tornato a Vallelonga, il paese in cui è nato, in quota sulle Serre vibonesi. Lì ha messo su famiglia. Lì ha aperto la sua bottega.
Vale la pena fermarsi su questo gesto, perché è qui che la storia gira. In questa rubrica abbiamo già raccontato chi dal Sud è partito e non è più tornato —come la famiglia di Sasso di Castalda che diede al mondo l’uomo che disse “go” all’Apollo 11. Quella è la traiettoria di chi va e non si gira indietro.
Bruno è l’altra metà esatta. Parte, impara, e torna — proprio nel posto da cui tutti se ne vanno. Non per nostalgia. Per scelta. Restare, in un paese che si svuota, è una forma di coraggio: non lo si fa per debolezza, lo si fa perché si è deciso che quel luogo merita di avere ancora una voce.
Il medico degli strumenti
Nella sua bottega entra ogni genere di strumento malandato. Trombe ammaccate, clarini muti, corni che hanno perso la voce. Bruno li smonta. Li studia. Li cura. Li rimette a suonare.
E quando un pezzo non si trova più — perché lo strumento è vecchio, perché la fabbrica ha chiuso, perché certi componenti non li produce più nessuno — Bruno non si arrende. Lo fabbrica lui. Su misura. Modellato sul respiro di chi dovrà soffiarci dentro.
È esattamente il gesto di un sarto — lo stesso di Carmelo Fato, il sarto di Martirano Lombardo, che cuciva abiti su misura e annotava i debiti di un paese intero in una libretta nera. Non si prende uno strumento e lo si adatta al musicista come un abito di taglia standard. Si prende il musicista, e gli si cuce addosso la sua voce. Per questo gli portano strumenti da mezza Italia. Per questo lo chiamano il medico degli strumenti a fiato. La sua bottega è finita perfino in televisione, raccontata da LaC Storie.
Ma il punto non è la bottega in tv. Il punto è cosa tiene in vita quella bottega.
Per questo lo chiamano il medico degli strumenti a fiato. La sua bottega di riparazione degli strumenti a fiato è finita perfino in televisione, raccontata da LaC Storie.
Cosa dice di noi questa storia
La domanda che questa rubrica si porta sempre dietro è una sola: cosa dice il borgo del Sud di oggi?
Vallelonga dice questo.
Dice che si può tornare. Che la competenza più rara — quella che si impara in Svizzera, in un atelier dove arrivano in pochi — può scegliere mille metri di altitudine e un paese che si spopola, invece di una città comoda. E può prosperarci.
Noi lo spopolamento non lo neghiamo mai. È reale, lento, ostinato: le Serre si svuotano come tutto l’Appennino del Sud. Ma c’è una differenza tra raccontare una ferita e raccontare una resa. La storia di Bruno non è una resa. È un uomo che ha riportato un sapere dove serviva, e ha fatto della cura il suo lavoro.
C’è un filo che lega le due cose, ed è il mestiere stesso. Uno strumento che ha perso la voce non è perduto: va smontato, capito, rimesso a suonare. Un paese che si svuota non è morto: va guardato per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse, e gli si ridà la voce un pezzo alla volta.
Finché a Vallelonga ci sarà una bottega dove un corno muto torna a cantare, le Serre non saranno mai del tutto in silenzio.
Bruno Garisto, diplomato in corno al conservatorio Torrefranca di Vibo Valentia, si è formato come organaro e si è perfezionato nella riparazione degli strumenti a fiato a Yverdon-les-Bains, in Svizzera. A quarantadue anni è tornato nel suo paese natale, Vallelonga (VV), sulle Serre vibonesi, dove ha aperto una bottega artigianale per il restauro degli strumenti a fiato. La sua storia è stata raccontata dal format LaC Storie.
a voce che viene dalle Serre è il quarto episodio di 52 Borghi, 52 Storie — un viaggio settimanale nel Sud Italia attraverso i luoghi e le persone che lo custodiscono. Non raccontiamo i borghi. Raccontiamo ciò che i borghi dicono sul Sud di oggi.
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Clemente Ernesto Aiello per Il Sarto delle Lumache 🐌
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