Il nome che non doveva essere dimenticato

Giuditta Levato
Giuditta Levato
Giuditta Levato
Giuditta Levato

Albi, Calabria. Sila Piccola, provincia di Catanzaro. Un paese di mille anime tra i boschi. E una donna che non possedeva niente, e che per quella terra ha dato tutto.


Ci sono storie che un paese non riesce a tenere dentro.

Le chiude nei racconti serali, nelle parole dei vecchi, nei silenzi che scendono quando qualcuno fa la domanda sbagliata. Le passa di generazione in generazione come si passa un peso — non per orgoglio, ma perché non si sa bene dove metterlo.

La storia di Giuditta Levato è una di queste.


Albi, 1915

Albi sorge sulla Sila Piccola, provincia di Catanzaro, a oltre novecento metri sul mare. Un paese di boschi e pietra, di famiglie contadine e inverni lunghi. Oggi conta poco più di mille abitanti. Nel 1915, quando nacque Giuditta, era un mondo a sé — lontano da tutto, vicino solo alla terra.

E quella terra non apparteneva a chi la lavorava.

Giuditta Levato faceva la contadina, come quasi tutti. Come suo padre, come suo nonno. La terra era dei latifondisti — grandi proprietari che la tenevano spesso incolta, inutilizzata, mentre le famiglie contadine faticavano per sopravvivere.

Era l’ordine delle cose. Era sempre stato così.


La promessa della legge

Dopo la guerra qualcosa sembrava cambiare.

Una legge dello Stato stabiliva che le terre incolte dei grandi latifondi potessero essere assegnate ai contadini, purché si unissero in cooperative e le lavorassero. Per le famiglie come quella di Giuditta era la prima vera promessa di dignità. Un pezzo di terra da chiamare proprio. Non in affitto. Non in prestito. Proprio.

Ma i padroni non ci stavano.

Vedevano nei nuovi assegnatari degli usurpatori. Ostacolavano l’assegnazione con ogni mezzo — legale e non. La legge era una cosa. La realtà dei campi era un’altra.


Il 28 novembre 1946

A Calabricata — oggi frazione di Sellia Marina, sulla costa catanzarese — il latifondista del posto aveva trovato il suo modo di rispondere. Aveva lasciato i suoi buoi liberi di pascolare proprio sui campi affidati ai contadini. Una mossa semplice e brutale: rendere impossibile la coltivazione, vanificare l’assegnazione senza sporcarsi le mani con la legge.

La gente si radunò per protestare.

Giuditta era lì, in mezzo agli altri. Aveva trentun anni. Aveva due bambini piccoli a casa. Aveva un terzo figlio in grembo, al settimo mese.

Durante lo scontro partì un colpo di fucile.

La raggiunse all’addome.

Fu portata all’ospedale di Catanzaro. Morì due giorni dopo, il 30 novembre 1946. Con lei se ne andò anche il figlio che non avrebbe mai visto nascere.

Giuditta Levato fu la prima vittima delle lotte contadine di Calabria.


Il silenzio lungo

Per decenni il suo nome restò chiuso nei racconti di paese.

Non nei libri di storia. Non nei discorsi ufficiali. Non nelle commemorazioni. Nei racconti serali, nelle parole dei vecchi, in quei silenzi pesanti che scendono quando qualcuno fa la domanda sbagliata.

Era una contadina. Non possedeva quella terra. Non aveva potere, non aveva voce, non aveva niente che la rendesse degna di essere ricordata dalla storia ufficiale.

Aveva solo trentun anni e due figli e un terzo in grembo.

E aveva scelto di stare lì, in mezzo agli altri, nel momento in cui bisognava stare lì.


La sala che porta il suo nome

Solo molto più tardi la Calabria ha scelto di ricordarla.

Oggi una sala del Consiglio regionale, a Palazzo Campanella, porta il nome di Giuditta Levato. Un riconoscimento tardivo, come spesso accade con chi ha pagato il prezzo più alto senza che nessuno lo vedesse.

Ad Albi, il paese dove era nata, la sua storia è rimasta viva nei modi in cui le storie resistono quando i libri non bastano: nella memoria di chi la conosceva, nelle parole di chi ha voluto che non si perdesse, negli archivi dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo che ne ha preservato la testimonianza.

Un nome. Una data. Un colpo di fucile in un campo di Calabria.

E una sala che oggi porta il suo nome, in un palazzo dove si fanno le leggi — le stesse leggi per cui Giuditta aveva scelto di stare in quel campo quel 28 novembre del 1946.


Cosa dice di noi questa storia

Saverio che torna ogni estate a Scopamisi. Rocco Petrone che da Sasso di Castalda arriva alla NASA. Lucy Fato che da Martirano Lombardo arriva a Wall Street.

Giuditta Levato non è partita.

È rimasta. Ha scelto di restare in quel campo, con il suo corpo e con la vita che portava dentro. E in quel campo ha lasciato tutto.

Il Sud non è solo la storia di chi parte e ce la fa. Non è nemmeno solo la storia di chi torna, come Bruno Garisto che ha riportato a Vallelonga un sapere imparato in Svizzera. È anche la storia di chi resta e paga.. Di chi non ha l’oceano davanti ma ha la terra sotto i piedi — una terra che non è sua, che non sarà mai sua, e per cui sceglie comunque di alzarsi e andare.

Giuditta Levato non possedeva quella terra.

E per quella terra ha dato la vita.

Questo è il Sud che non si racconta abbastanza. Quello che non emigra, non trionfa, non torna con una storia di successo da portare in paese d’estate.

Quello che resta. E resiste. E a volte soccombe.

E non dovrebbe essere dimenticato.


Giuditta Levato (Albi, 1915 – Catanzaro, 30 novembre 1946) fu la prima vittima delle lotte contadine di Calabria. Incinta al settimo mese, fu colpita da un colpo di fucile durante una protesta contro un latifondista a Calabricata, oggi frazione di Sellia Marina (CZ). Morì due giorni dopo insieme al figlio che portava in grembo. La sua storia è documentata dall’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo (ICSAIC). Una sala del Consiglio regionale della Calabria, a Palazzo Campanella, porta oggi il suo nome.


Il nome che non doveva essere dimenticato è il quinto episodio di 52 Borghi, 52 Storie — un viaggio settimanale nel Sud Italia attraverso i luoghi e le persone che lo custodiscono. Non raccontiamo i borghi. Raccontiamo ciò che i borghi dicono sul Sud di oggi.

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Informazioni su Clemente Ernesto Aiello 84 Articoli
Clemente Ernesto Aiello è il direttore de Il Sarto delle Lumache. Cantautore, scrittore e ricercatore storico, nato nel 1959 a Martirano Lombardo, dove vive e lavora. Autore di oltre quattordici opere, tra cui 'La Nascita di Martirano Lombardo' e 'Born Twice: The Story of Martirano Lombardo'. Studioso del territorio calabrese da oltre trent'anni.

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